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Eroe per un giorno: Joe Gaetjens ed il goal all’Inghilterra

La vittoria degli USA contro i maestri dell’Inghilterra è nella storia non solo dei Mondiali di Brasile 1950, ma del calcio intero. Ad aggiungere stupore, anche l’aneddoto, che quando le agenzie di stampa trasmisero il testo con il punteggio finale, nell’isola anglosassone fu cosa comune pensare ad un refuso di stampa, ritenendo che fosse finita 10-1 per i figli d’Albione.

Invece accade anche che Davide batte Golia anche nel calcio e l’eroe di quel pomeriggio brasiliano un calciatore che non era statunitense al 100%. Infatti Joseph Gaetjens era nato ad Haiti in una famiglia per metà haitiana e per l’altra tedesca. Approfittando di una borsa di studio, Gaetjens frequentò l’Università di Columbia a New York, dove ebbe modo di conoscere lo sport del calcio.

Le sue reti nel torneo universitario attirarono le attenzioni del tecnico della nazionale a stelle e strisce che decise di convocarlo assieme ad uno scozzese ed un brasiliano, fatto permesso dal regolamento allora in vigore.

Per gli USA la trasferta mondiale poteva essere equiparata ad una gita premio, visto che gli elementi presenti erano totalmente privi di esperienza internazionale e che aveva sostenuto i primi allenamenti assieme soltanto in Brasile, alla vigilia della manifestazione!
Gli inglesi bombardarono per tutto l’incontro l’italo – americano Franck Borghi, giocatore di baseball (!) prestato al calcio che appena aveva avuto il tempo di capire il suo ruolo nel gioco del pallone.

Ma al 37° del primo tempo, fu Gaetjens a sorprendere con un colpo di testa l’estremo difensore inglese Bahr, portando in vantaggio gli americani, fra la sorpresa generale dei spettatori giunti a Belo Horizonte. A nulla valsero i tentativi di giungere al pareggio nel tempo restante e così il Mondiale brasiliano registrò la prima grande sorpresa: non rimarrà unica, basti pensare a cosa equivarrà il Maracanazo nel match conclusivo per una nazione intera.

Joe Gaetjens (nella foto in mezzo) in vacanza a New York con amici

Terminata la rassegna mondiale, Gaetjens si trasferì in Europa giocando prima nel Troyes e successivamente nell’Olympique Alès. Conclusa la carriera, fece ritorno in patria ad Haiti, in quanto non prese mai cittadinanza americana.
A non lasciarlo tranquillo fu la situazione politica nell’isola caraibica, che prese una brutta piega all’inizio degli Anni Sessanta: l’ascesa al potere di François “Papa Doc” Duvalier, che trasformò il paese in una dittatura feroce, vide la famiglia del calciatore inserita nella lista delle persone da eliminare.

Tramite il bisnonno, la famiglia si era imparentata con Louis Déjoie, sconfitto alle precedenti elezioni. Mentre i parenti più stretti si rifugiarono nella Repubblica Dominicana, Joe preferì rimanere in patria e l’8 luglio 1964 venne sequestrato dalla polizia segreta, i Tontons Macutes e nulla più si seppe di lui. Per anni la famiglia vivrà con la speranza che un giorno avrebbe fatto rientro a casa.

Ma purtroppo non fu così e solo nel 1972, alla morte del dittatore, venne confermata la morte dell’eroe calcistico dell’isola. Il corpo non verrà mai ritrovato.

Nel 1976 venne inserito postumo nella Hall of Fame del calcio americano.

Il tabellino dello storico match

  • 29 giugno 1950 – Belo Horizonte, Estadio Mineiro
    USA – INGHILTERRA 1-0
    USA: Borghi – Keough, Maca, McIlvenny (c) – Colombo, Bahr – Wallace, J.Souza, Gaetjens, Pariani, E.Souza
    INGHILTERRA: Williams – Ramsey, Aston, Wright (c) – Hughes, Dickinson – Finney, Mortensen, Bentley, Mannion, Mullen
    Gol: Gaetjens 38′
    Arbitro: Dattilo (ITA) Guardalinee: Galeati (ITA) e Delasalle (FRA)
    Spettatori: 10.500
  • Il video dell’incontro
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Charles Miller, il padre del calcio in Brasile

Alla fine del 19° secolo, un cittadino scozzese che aveva varcato l’Oceano anni prima lavorare in Brasile presso le Ferrovie di San Paolo, decise di far percorrere al proprio figlio il percorso al contrario, affinché potesse ricevere nella terra d’origine l’istruzione adeguata (a suo dire).
Charles Miller, questo il nome del giovine, varcò dunque l’Atlantico e si stabilì, a soli nove anni (!) a Southampton, affinché studiasse alla Banister Court School iscrisse presso un college e si integrò talmente bene che prese parte anche alle attività varie che a quell’epoca costituivano i diversi aspetto sociali, fra cui lo sport.

Il calcio era fra queste e quando nel 1894 fece fagotto per rientrare dai genitori nel paese sudamericano, cominciò a diffondere la conoscenza dello sport con la palla.
Ma gli inizi si rivelarono disastrosi: solo i suoi connazionali mostravano interesse per il football, così il primo match che viene riportato negli annali si giocò fra due compagini composte unicamente da inglesi, su di un campo dal quale erano state appena fatte “sloggiare” le capre per le quali si trattava di un normale appezzamento di terreno da brucare.
Charles volle invitare anche alcuni giornalisti per assistere alla novità, ma nessuno ritenne la cosa interessante che passò così inosservata. Le settimane si susseguivano regolarmente ed i “vicini” del campo cominciarono ad interessarsi a questa strana pratica sportiva, così che anche gli indigeni vollero cimentarsi nel gioco.

E molto probabilmente, fu proprio il pallone portato da Miller ad essere l’unico in tutto il Brasile: i “locali “infatti, dovettero ingegnarsi per realizzare delle sfere con cui divertirsi, utilizzando quanto di più utile potessero trovare.
E nei quartieri di San Paolo, il calcio divenne un assoluto divertimento, un pò come avviene nei tempi attuali per il basket praticato nei campetti d’asfalto. A partire dal 1901, ebbe inizio anche la prima lega di squadre mentre anche la stampa, salendo sul carro del vincitore, cominciò a scrivere, in ritardo del football, o per meglio dire alla portoghese, del futebol.

Miller, oltre che un valido organizzatore, seppe farsi valere sui campi di calcio: vinse per ben quattro volte il titolo paulista con São Paulo Athletic Club, aggiudicandosi in due occasioni anche il titolo di cannoniere della lega. Dopo essersi ritirato dall’attività agonistica, preferì dilettarsi nel cricket e successivamente giocando a golf. Morarà il 30 giugno 1953 a San Paolo e tumulato presso il cimitero protestante.

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Freemasons’ Tavern, il pub in cui nacque il calcio inglese

Alla Freemasons’ Tavern in Great Queen Street a Londra, il 26 ottobre 1863 si incontrano i rappresentanti di undici club britannici, con l’intento di unificare le regole del gioco del football. Fra le varie proposte spicca senza dubbio quella avanzata da F.W Campbell, che propone una mozione in favore dell’uso delle mani e del gioco violento: “Dare calci agli avversari questo è il vero gioco del football! E’ stato così nel passato, nessuno ha il diritto di vietarlo attraverso nuove regole. Chi è contro i calci negli stinchi è troppo vecchio per lo spirito del nostro gioco”, esclamerà nella sala.

La proposta provocò clamore in sala: a quel tempo non esisteva nemmeno l’arbitro che dirimeva le situazioni controverse ed il gioco del calcio, sia a livello tattico che tecnico, era solo un abbozzo di quello moderno. Ma l’idea parve assai rivoluzionaria, tanto che le cose non presero la piega desiderata e la mozione verrà bocciata con 13 voti contrari e solo 4 favorevoli. Nasce dunque la Football Association, che in data 8 dicembre 1863 approverà il primo regolamento ufficiale, con 14 regole base che diventeranno 17 soltanto nel 1938 in virtù dell’intervento dell’International Board.

E Campbell ? Ebbene darà origine alla scissione nel 1871 fonderà la Unione Britannica del Rugby.

Il Freemason’s Arms Pub,  inaugurato nel 1860 e situato nei pressi della più nota Covent Garden, dopo più di un secolo, è ancora aperto, come in ogni buona tradizione inglese che si rispetti.

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Germania-Inghilterra: 10 maggio 1930, l’inizio di una bellissima rivalità

Il primo incontro di calcio Inghilterra-Germania si disputò il 10 maggio 1930, quando le due nazionali, a Berlino, pareggiarono per 3-3. Da quel giorno sarebbe nata una rivalità storica con implicazioni storico-politiche che accende la passione.
Incontri si erano disputati anche anni addietro, con l’unica differenza che si trattava di partite fra squadre che non avevano il riconoscimento ufficiale da parte della federazione. Nel 1899 infatti, l’Inghilterra, che aveva già la sua rappresentativa nazionale, affrontò una compagine tedesca, umiliandola con due nettissime vittorie, 13-2 e 10-2. Poco tempo dopo, i Maestri Inglesi affrontarono una selezione mista di giocatori austriaci e tedeschi, vincendo entrambi gli incontri, stavolta con due più leggeri 6-0 e 7-0. La federazione tedesca  ( DFB) nascerà soltanto il 28 gennaio 1900.

Ma sarà la sfida di Berlino che darà il via ad una serie di leggendari scontri, che culmineranno nella finalissima dei Mondiali del 1966, con la rete fantasma di Hurtt che accenderà le fantasie di molti in tema di moviola.
Tornando al match nella capitale tedesca, furono gli ospiti a passare in vantaggio dopo appena otto giri di lancetta con Joe Bradford, a cui rispose al 21° minuto Richard Hofmann per un pari solo temporaneo. Ancora Bradford, dieci minuti dopo, riporterà in vantaggio l’Inghilterra ed Hofmann, ancora una volta, rispose pochi minuti dopo, chiudendo la prima frazione di gioco sul 2-2.

Un incidente di giocò lasciò i Leoni Inglesi in dieci per gran parte della seconda frazione, la furia tedesca si materializzò in Hoffman, che divenne eroe di giornata siglando la tripletta, al quarto d’ora. Mai ire mai,, la partita divenne epica: il capitano David Jack, che poi scriverà la storia dell’Arsenal negli anni successivo, mise il sigillo sul definitivo 3-3.

Le emozioni non furono per pochi: le tribune del Deutsches Stadion, poi abbattuto e rimpiazzato dallo Stadio Olimpico di Berlino, videro 60.000 spettatori prendere posto. Non sapranno che avranno assistito alla prima di una lunga serie di partite memorabili.

E per vedere tutti gli incontri ufficiali fra le due nazionali, clicca qui.

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Peter Bonetti, la leggenda del Chelsea fra i pali

Se il Mondiale 1966 conquistato in patria dall’Inghilterra vede gli storici del calcio ricordare  prima di tutto campioni del calibro di Bobby Charlton, Geoff Hurst, Jimmy Greaves, Gordon Banks fra i principali, pochi ricordano che il portiere della nazionale dei Tre Loeni aveva un sostituto di tutti rispeto.

Tale estremo difensore risponde al nome di Peter Bonetti, leggenda del Chelsea.

Nato a Putney, periferia su di Londra, nel 1941 da genitori svizzeri, precisamente del Canton Ticino, Bonetti “sbagliò” epoca per giocare in nazionale: dovette confrontarsi con un mostro sacro  come Banks e perse impietosamente, sebbene la sua carriera, unita ad un legame fortissimo con il Chelsea, gli permise di lasciare un’impronta storica. Con i Blues, in 18 anni di permanenza senza interruzioni, collezionò più di 720 presenze meritandosi l’appellativo di The Cat per la felina prontezza di riflessi che dimostrava fra i pali.

Fu la madre ad avviarlo al gioco del calcio, scrivendo una lettera a Ted Drake, all’epoca allenatore del Chelsea, chiedendogli di poterlo portare ad effettuare un provino a Stamford Brigde. Già nella prima stagione vincerà la FA Cup con la squadra giovanile e debuttando in prima squadra. Da quel momento la porta dei Blues avrà un solo guardiano.

Diversamente, in quell’epoca il club londinese non era tra i Top Teams, tanto che Bonetti assaggiò dapprima la cadetteria, contribuendo con parate determinanti alla promozione in massima serie alla fine del campionato 1962-63. In quella squadra militava anche Terry Venables, che  diventerà negli Anni Novanta il ct della nazionale d’Albione.

Oltre allo stile elegante, Bonetti diventerà celebre per i suoi lunghissimi rilanci con le mani, tali da diventare punto fondamentale per rapide ripartenze in un calcio inglese già improntato sui ritmi elevati.

Eroica fu la sua prestazione nella finalissima a Wembley di FA Cup contro il Leeds, effettuando veri e propri interventi miracolosi, rimanendo in campo anche da infortunato.

“Bloccato” da Gordon Banks negli Anni 60 (celebre la parata del secolo sul colpo di testa di Pelè in Brasile-Inghilterra) ed arrivato agli inizi della decade successiva un altro grande numero uno come Peter Shilton, Bonetti ebbe l’occasione della vita nei mondiali messicani. Banks infatti era rimasto vittima di un’intossicazione alimentare e dovette dare forfait nei quarti di finale contro la Germania Ovest. Purtroppo non riuscì a sfoderare una prestazione degna della sua fama, tanto che gli vennero attribuite parte delle colpe per la sconfitta subita ai tempi supplementari (3-2 il risultato finale).

Il 14 giugno 1970 a Leon diventerà così la sua ultima apparizione con i Bianchi.

Concluse la carriera in Scozia con il Dundee United, registrando solo cinque presenze. Nella classifica All-Time dei giocatori con più presenze nel Chelsea, è secondo con 729, alle spalle del solo Ron Harris, suo compagno di squadra per un ventennio circa, giunto alla cifra record di 795 partite giocate.

Bonetti rimase nel mondo del calcio per qualche anno, lavorando al Chelsea (ovviamente), Manchester City ed in nazionale come assistente tecnico.

Il palmares
Coppa di Lega inglese:  1964-1965
Coppa d’Inghilterra: 1969-1970
Competizioni internazionali – Coppa delle Coppe: 1970-1971
Nazionale Campionato mondiale: 1966

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Fatti strani del calcio inglese

Le nuove diavolerie tecnologiche, vedi social e smartphone, posso diventare molto pericolose per un calciatore professionista: dai tweets scritti e poi cancellati ai post provocatori, per un atleta non c’è più bisogno di una conferenza stampa per fare rumore.

Nel gennaio 2011, Ryan Babbel, attaccante in quell’epoca del Liverpool, non fu molto contento delle decisione arbitrali operate da Howard Webb, non certamente l’ultimo dei fischietti, nel corso della partita di FA Cup che che i Reds persero contro il  Manchester United all’Old Trafford per 1-0.  Il rigore fischiato contro al 2° minuto, poi risolutivo, ed un’ora dopo l’espulsione ai danni di Steven Gerrard, indussero Babbel a criticare aspramente il direttore di gara mediante un post in cui lo stesso veniva ritratto indossando una maglietta del Manchester United. La federazione inglese non lasciò passare il fatto senza prima aver multato il giocato per l’importo di 10,000 sterline ed invitandolo a non ripetere il gesto in futuro.

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Nel dicembre 2003 Rio Ferdinand venne squalificato e multato per 50,000 sterline per essersi rifiutato di sottoporsi ad un testa antidoping. Il giocatore del Manchester United era stato chiamato ad un controllo al termine di un allenamento dagli ispettori della federazione. Il difensore invece preferì allontanarsi dal centro d’allenamento adducendo come scusa di aver in corso un trasloco. Motivazione ben presto smascherata perchè venne sorpreso a fare shopping in città!

A nulla valse il ricorso contro la squalifica: 8 mesi di stop, fino a settembre 2004 ed europei in Portogallo che saltarono!!

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Il 6 gennaio 1990 era un gran giorno per il Cardiff City. La ripetizione del match valido per il terzo turno di FA contro il Queens Park Rangers significò il primato d’incasso per il club, ben 50.517,75 sterline! Essendo sabato, avrebbero portato il malloppo in banca soltanto il lunedì successivo; peccato che qualcun altro ci aveva già pensato. Durante il week-end alcuni ladri si introdussero nella sede della compagine gallese rubando l’intero incasso.

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L’attaccante del Liverpool Jamie Carragher venne colpito da una moneta lanciata dagli spalti nella ripetizione del match contro l’Arsenal, valido per il quarto turno di FA Cup, il 27 gennaio 2002.  Irritato, Carragher rilanciò il conio in mezzo alla folla e venne espulso. Successivamente venne multato dal club per 40.000 sterline,, ricevette un avvertimento dalla polizia e squalificato per tre turni.

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La prima partita in notturna? In Inghilterra, 140 anni fa

Se il calcio in notturna costituisce oggi la normalità, agli albori del gioco appariva una stranezza. Costruire un impianto d’illuminazione solo per soddisfare un piacere poteva costituire uno spreco di denaro pubblico, eppure in Inghilterra, fin dal 1878 si poteva giocare illuminati dai riflettori!

Ebbene si, già circa 140 anni il terreno di gioco disponeva di lampioni che rendevano praticabile un match ad orari impensabili: il 14 ottobre 1878 il Bramall Lane di Sheffield (Inghilterra)  vedeva scendere sul prato due rappresentative locali che si sfidarono in notturna.

Davanti a Mr Perce Dix, il direttore di gara dell’evento speciale, i giocatori dello Sheffield FC, divisi in due compagini, ribattezzate semplicemente Reds (Rossi) e Blues, si sfidarono con inizio alle ore 19.30, ora locale.

E si riscontrò anche un notevole successo di pubblico, dato che le cronache del tempo parlano di ben 12.000 spettatori paganti (6 pences il costo del ticket) per vedere un’assoluta novità e, sempre secondo i resoconti ufficiali,  furono all’incirca 8.000 spettatori che si nascosero nell’ombra dei terreni circostanti pur di non perdersi un’azione di gioco.

Ma come era costruito l’impianto?

L’impianto era dotato di due generatori della potenza di 8 cavalli vapore,  installati dietro le due porte, mentre negli angoli vennero sistemate quattro torri, alte circa 9 metri. In questo modo, ad essere illuminato era soltanto il terreno di gioco, e pertanto le migliaia di persone che poterono guardare la partita senza acquistare il biglietto si “salvarono” dall’accusa di essere considerati dei “portoghesi”.

Il numero di spettatori era comunque record: solo qualche mese prima, la finale di Fa Cup venne disputata davanti a soltanto (si fa per dire) 4500 persone.

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La Battaglia di Bramall Lane: Sheffield United – WBA

Leggere di una squadra che abbandona il campo per inferiorità numerica ci riporta alla mente il derby  di Lega Pro Salernitana-Nocerina, con gli ospiti che, dopo i tre cambi per infortunio, rimasero in sei in conseguenza della falcidia di presunti “infortuni” e che costrinse il direttore di gara a decretare la fine anticipata dopo appena venti minuti. Seguirono squalifiche a raffiche per i giocatori di Nocera Inferiore, con relativa esclusione dal campionato ed indagini che portarono alla luce le influenze della criminalità organizzata. Anche l’Inghilterra, sebbene lontana anni luce da tali intromissioni, può raccontare una vicenda analoga.

Il 16 marzo 2002, il match di Championship Sheffield United – West Bromwich Albion verrà ricordato come “La Battaglia di Bramall Lane”.

Dopo appena nove minuti il portiere dello United Simon Tracey venne espulso per aver toccato la sfera fuori dalla propria area, costringendo il tecnico Neil Warnock ad operare il primo cambio.

Pochi minuti dopo, dovette nuovamente ricorrere alla sua panchina causa gli infortuni occorsi ai titolare ed uno di essi, George Santos, verrà espulso al minuto 65 per un fallo cattivo mentre l’altro subentrato, Patrick Suffo, vedrà sventolarsi il cartellino rosso nel corso della mischia che si accese subito dopo.

Lo Sheffield rimase dunque con otto effettivi e, quando Michael Brown dovrà lasciare il terreno di gioco per infortunio all’80°,  seguito poco dopo da Robert Ullathorne, i padroni di casa rimasero con appena sei elementi.

Il numero insufficiente da regolamento per continuare la disputa regolare, costrinse l’arbitro Eddie Wolstenholme ad emettere il triplice fischio finale con il WBA in vantaggio per 3-0.

Il tecnico dei “vincitori” Gary Megson, prima ancora di conoscere l’esito del giudice sportivo, non fu felice per il modo in cui erano andate le cose e dichiarò al termine della gara: “Non ci sarà ripetizione. Se noi dovessimo essere chiamati per il re-match, daremmo il calcio d’inizio e poi lasceremmo il campo. Sono nel calcio professionistico da quando avevo 16 anni ed ora ne ho 42. Non ho mai visto una cosa del genere. Non c’è posto nel calcio per situazioni tali”.

Megson poi non fu tenero nei confronti del collega,  accusandolo di aver finto gli infortuni:  una successiva inchiesta chiarì che non vi era stato alcun dolo, confermando il risultato finale di 3-0 per il WBA ed infliggendo una multa per gli “sfortunati” (a questo punto) padroni di casa di 10.000 sterline.

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L’allenatore licenziato più velocemente: Leroy Rosenior

Ad assumere un allenatore si fa in fretta, e speso anche a cacciarlo, per qualche presidente, non è cosa assai complicata: chiedete a Leroy Rosenior che sicuramente deve aver maturato una tale pazienza per resistere ad uno stress del genere.

Nella primavera del 2007, precisamente il 17 maggio, il buon Leroy appose la sua firma in calce al contratto con il Torquay United, club inglese appena retrocesso dalla League Two in Conference National, quinto gradino della piramide del calcio anglosassone. Passarono soltanto 10 minuti dall’aver vergato quei pochi fogli che il proprietario, nonchè presidente Mike Bateson, informò il povero Rosenior che il club era stato appena ceduto ed il conseguente accordo era definitivamente saltato.

Il nuovo proprietario Alex Rowe, aveva infatti posto il veto sul suo capo, una vera e propria Sliding Doors.
Al suo posto era stato assunto Paul Buckle, ex centrocampista, che aveva militato in passato per un paio di stagioni ed appena entrato in pensione, avendo appeso le scarpette al chiodo vestendo la maglia dell’Exeter City.

La stagione non andò male per il Torquay,  classificatosi terzo ed acquisendo il diritto a disputare i play-off per la promozione.

Ma nella semifinale, l’incrocio proprio con l’ex squadra di Buckle, sarà fatale e sarà poi l’Exeter a guadagnarsi la promozione in League Two.
Il Torquay dovrà attendere la stagione successiva per fare ritorno fra i professionisti, vincendo stavolta i play-off. Attualmente la squadra, dopo la retrocessione avvenuta un paio di stagioni orsono, è tornata a militare in National.

E Rosenior? Dopo l’infelice parentesi di tecnico (per 10 minuti), lasciò per sempre la carriera di allenatore. Attualmente lavora per G-Sport, pay-Per-View africana in qualità di commentatore sportivo, oltre ad apparire in alcuni programmi calcistici della BBC regionali. Svolge inoltre il ruolo di ambasciatore per Show Racism The Red Card, associazione benefica che combatte il razzismo in Inghilterra.

Suo figlio Liam svolge la professione di calciatore: il 31-enne difensore gioca per il Brighton & Hove Albion, militante in Championship. Nel suo passato, ironia della sorte, ha vestito anche la maglia del Torquay.

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Come tirare un calcio di punizione in modo strano: Coventry-Everton

Aspettarsi un calcio di punizione da fermo tirato in maniera fantasiosa su un prato verde inglese? Normale forse, se si trattasse di qualche asso sudamericano che milita in Premier League. Ebbene, ci stiamo riferendo ad un’azione che si vide in Inghilterra quasi mezzo secolo fa!!

Infatti nel match Coventry City – Everton del 3 ottobre 1970 gli spettatori che sedevano sugli spalti videro una cosa incredibile della storia del calcio che non ebbe seguito (poi vi diremo perchè). I padroni di casa vinsero per 3-1 nel match valido per la massima serie, ma una delle segnature ebbe qualcosa di speciale.

Ricevuto in proprio favore un tiro di punizione, Ernie Hunt assieme ad un suo compagno di squadra del Coventry, adottò una modalità mai vista prima. Infatti Willier Carr strinse il pallone fra le caviglie e, balzando da terra, lo scagliò verso l’alto, permettendo ad Hunt di colpirla al volo prima che la sfera ricadesse.

Il cuoio terminò la sua corsa sotto l’incrocio dei pali battendo Andy Rankin portiere dell’Everton. Ironia della sorte, Hunt era un ex in quanto ceduto un paio di stagioni prima; l’allenatore dei Toffies Harry Catterick non apprezzò molto quel gesto tecnico tanto da definirlo “una cosa da circo“.

L’episodio ebbe così tanto clamore poichè trasmesso in tv nell’ambito del programma BBC Match of the Day, ed al termine della stagione la FIFA bandì per sempre dal regolamento l’imitazione di tale “impresa”.

Solo qualche anno fa Hunt vendette le sue scarpette protagoniste quel pomeriggio per 500 sterline al Quadrant Club in Coventry, un tipico pub inglese che le espone in bella vista fra i cimeli calcistici.