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Charles Miller, il padre del calcio in Brasile

Alla fine del 19° secolo, un cittadino scozzese che aveva varcato l’Oceano anni prima lavorare in Brasile presso le Ferrovie di San Paolo, decise di far percorrere al proprio figlio il percorso al contrario, affinché potesse ricevere nella terra d’origine l’istruzione adeguata (a suo dire).
Charles Miller, questo il nome del giovine, varcò dunque l’Atlantico e si stabilì, a soli nove anni (!) a Southampton, affinché studiasse alla Banister Court School iscrisse presso un college e si integrò talmente bene che prese parte anche alle attività varie che a quell’epoca costituivano i diversi aspetto sociali, fra cui lo sport.

Il calcio era fra queste e quando nel 1894 fece fagotto per rientrare dai genitori nel paese sudamericano, cominciò a diffondere la conoscenza dello sport con la palla.
Ma gli inizi si rivelarono disastrosi: solo i suoi connazionali mostravano interesse per il football, così il primo match che viene riportato negli annali si giocò fra due compagini composte unicamente da inglesi, su di un campo dal quale erano state appena fatte “sloggiare” le capre per le quali si trattava di un normale appezzamento di terreno da brucare.
Charles volle invitare anche alcuni giornalisti per assistere alla novità, ma nessuno ritenne la cosa interessante che passò così inosservata. Le settimane si susseguivano regolarmente ed i “vicini” del campo cominciarono ad interessarsi a questa strana pratica sportiva, così che anche gli indigeni vollero cimentarsi nel gioco.

E molto probabilmente, fu proprio il pallone portato da Miller ad essere l’unico in tutto il Brasile: i “locali “infatti, dovettero ingegnarsi per realizzare delle sfere con cui divertirsi, utilizzando quanto di più utile potessero trovare.
E nei quartieri di San Paolo, il calcio divenne un assoluto divertimento, un pò come avviene nei tempi attuali per il basket praticato nei campetti d’asfalto. A partire dal 1901, ebbe inizio anche la prima lega di squadre mentre anche la stampa, salendo sul carro del vincitore, cominciò a scrivere, in ritardo del football, o per meglio dire alla portoghese, del futebol.

Miller, oltre che un valido organizzatore, seppe farsi valere sui campi di calcio: vinse per ben quattro volte il titolo paulista con São Paulo Athletic Club, aggiudicandosi in due occasioni anche il titolo di cannoniere della lega. Dopo essersi ritirato dall’attività agonistica, preferì dilettarsi nel cricket e successivamente giocando a golf. Morarà il 30 giugno 1953 a San Paolo e tumulato presso il cimitero protestante.

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La Coppa è nostra! Così parlò l’Argentina ai brasiliani

 

Il 22 gennaio 1939 si sarebbe dovuta assegnare la Coppa Roca, un torneo di calcio consistente in un duplice confronto fra Argentina e Brasile, da disputarsi in casa di una delle due nazionali ad anni alterni. Per aggiudicarsi la coppa, bisognava vincere un partita e non perdere l’altra. Nell’edizione del 39, ospitata dal Brasile a Rio de Janeiro, l’albiceleste aveva schiantato nel primo match i brasiliani con netto 5-1. L’ambiente dunque si preannunciava infuocato, non solo sul terreno di gioco, per vendicare la sconfitta subita. E fu una partita che, testimoniato dai continui cambi di punteggio, non annoiò sicuramente il pubblico sugli spalti.

Dapprima passarono in vantaggio i verde-oro con una rete di Leônidas da Silva, ma il ribaltamento nel punteggio fu rapido: gli ospiti, con Bruno Rodolfi ed Enrique García misero il muso avanti, mettendo fin dalla prima frazione di gioco il sigillo sulla vittoria della coppa. Ma il Brasile non ci stava a mollare di fronte agli “odiati cugini”, tanto da pervenire al pareggio poco prima del termine della frazione di gioco.

Alla ripresa del gioco, Adílson realizzò il 3-2 e, a soli quattro minuti dal termine, fu l’arbitro brasiliano Oliveira Monteiro (in quell’epoca le spese di viaggio andavano contenute) a salire in cattedra, decretando un rigore per i padroni di casa. Non fu che gli argentini si ritennero defraudati, protestando in maniera accesa ritenendo la decisione ingiusta e totalmente errata.
Talmente furiosi che l’undici ospite non ci pensò troppo ad abbandonare il terreno di gioco in segno di protesta. Peracio, incaricato di calciare il rigore, trovò di fronte a sé la porta sguarnita e non ebbe chiaramente difficoltà a trasformare il penalty.
Il direttore di gara, vista la situazione assai insolita, decretò la fine della gara prima dell’ultimo giro di lancetta, poiché a centrocampo non v’era più nessuno che potesse riprendere il gioco regolarmente.

E l’Argentina? Rientrò qualche giorno dopo in patria.…..in compagnia della Coppa Roca: i dirigenti federali si rifiutarono di lasciarla ai brasiliani, segno ulteriore della forte rivalità che tuttora persiste in campo calcistico. Qualche mese più tardi, la diplomazia riuscirà a riprendere il controllo della situazione.
Nel febbraio 1940 le due nazionali si rincontrarono, per assegnare il trofeo. E sul terreno di San Paolo, nel duplice confronto, l’Argentina stabilì la sua superiorità (momentanea), pareggiando 2-2 ed una settimana dopo, trionfando per 3-0, facendo ritorno a casa, questa volta con la Coppa Roca per giusti meriti.

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Perchè Pelè scelse la maglia numero 10

Quale numero meglio del 10 rappresenta la classe, il talento e spesso la fama nel gioco del Calcio? Nessuno, è la risposta che gli appassionati sparsi per il mondo potrebbero dare all’unisono. Semplicemente facendo l’elenco dei campioni che hanno calcato il tappeto erboso con un tale numero sulle spalle, si spalanca di fronte a noi la storia del calcio.

Da Maradona a Messi, passando per Rivera, Mazzola e Platini, solo per fare qualche esempio. E volontariamente citiamo solo ora Pelè, emblema del Brasile e che visse nell’epoca in cui la Tv mostrava le prime partite ad una platea planetaria. La sua fortuna? Oltre al talento, anche il fatto che quando la Perla Nera iniziava la carriera, i numeri cominciarono ad avere un Valore superiore, non più semplicemente la possibilità di distinguere un giocatore dall’altro.

Ma come avvenne il matrimonio fra la divisa n° 10 e la schiena della stella del Santos e del Brasile?

La leggenda inizia nasce in occasione dei Mondiali 1958 in Svezia quando, appena 17enne, venne inserito nella rosa dei verdeoro. Ma i dirigenti brasiliani, al momento di inviare la lista dei calciatori alla FIFA, non indicarono i rispettivi numeri. Un impiegato del massimo organismo, senza conoscere le qualità tecnico-tattiche di ciascun elemento, si mise allora di “sua sponte”ad assegnare i numeri. Senza un criterio, si ebbe che il portiere Gilmar ricevette la 3, Garrincha, ala destra fulminante, prese l’11 e Didi, uno del mitico trio con Vavà e la Perla Nera, avere il 6, la classica numerazione spettante al “vecchio” libero.

E Pelè? Ovvio la Storia era già scritta: ebbe il 10 e da allora sarà lui a scrivere la storia del calcio.

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Brasile: la volta che si vestì come il Boca Juniors

Non tutti sanno che il Brasile, noto oggi per essere soprannominato i verde-oro, inizialmente indossava una divisa assai diversa da quella attuale ed ormai storica: vestiva infatti in completo bianco, con leggeri rilessi azzurri. E tenne tale particolare scelta cromatica fino al 1952, quando poi assunse l’attuale e ben nota colorazione giallo-verde, altrimenti detta verdeamarela in spagnolo.

E la lingua “principe” del Sudamerica ebbe un senso quando, per una volta ed una soltanto, il Brasile si vide costretto ad indossare i panni classici del Boca Juniors, storico club dell’Argentina e spesso rivale nelle competizioni del continente. E l’occasione arrivò addirittura nella competizione principale per nazionali, la Coppa America 1937 che iniziò il 27 dicembre 1936.

A Buenos Aires, nel match inaugurale contro il Perù presso il Gasometro, il direttore di gara cileno Alfredo Vargas si trovò a dover risolvere un imprevisto: entrambe le squadre erano infatti di bianco vestite, con l’unica differenza che i peruviani presentavano la banda rossa tradizionale diagonale.

Urgeva una soluzione d’emergenza: i brasiliani dovettero rimediare al “pasticcio” indossando le magliette del club casalingo, l’Independiente di Avellaneda, dal colore sociale tipicamente rosso. Il cambio portò bene ai brasiliani che vinsero per 3-2.

Una settimana dopo, il 3 gennaio, l’ostacolo da superare era il Cile. Anche stavolta, il colore divenne il problema da risolvere, in quanto gli andini avevano la divisa interamente bianca. Essendo anche l’unico match che si doveva disputare nella casa del Boca Juniors, i brasiliani vollero rendere omaggio ai padroni di casa e scesero in campo con le divise degli xeneizes, azzurro ed oro e fu un’altra vittoria, un roboante 6-4.

La fortuna però si concluse di li a breve: nel match decisivo, i padroni di casa dell’Argentina superarono proprio il Brasile per 2-0 dopo i tempi supplementari, aggiudicandosi la 14-esima edizione del torneo continentale.

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Carlos Alberto Parreira, poco in Brasile e spesso con la valigia in mano

Carlos Alberto Parreira non è mai stato sicuramente infastidito dal fatto di dover fare e disfare le valigie, guardando le numerose esperienze vissute come tecnico in giro per il mondo. Ma la soddisfazione di alzare al cielo una Coppa del Mondo,  in occasione dei Mondiali in Usa del 1994, è per lui indimenticabile. E sarà proprio l’edizione in un paese poco avvezzo al calcio a vedere incoronato colui che non ebbe una carriera da calciatore, ma un “semplice” diploma in educazione fisica.

Detiene un ambito primato di aver partecipato a ben sei edizioni delle fase finali dei Mondiali, alcune poi in maniera complicata, tanto che il suo primo torneo iridato rimarrà per sempre negli annali del calcio: essere in panchina durante un match interrotto da uno sceicco.

A Spagna 82 Parreira infatti era il ct del Kuwait, federaazione alla sua prima (ed unica finora) vetrina mondiale; durante il match con la Francia, lo sceicco Ahmad al-Fadh al-Sabah, presidente della federazione e fratello dell’emiro del paese arabo, scese sul terreno di gioco di Valladolid all’80°, sostenendo che un fischio proveniente dagli spalti avesse fermato i suoi giocatori (già sotto per 3-1) mentre Giresse si involava verso la porta per siglare la rete.

Chiese senza mezze misure all’arbitro sovietico Miroslav Stupar di annullare la segnatura e, mentre la polizia spagnola teneva ben distante il tecnico transalpino Hidalgo, poco incline ad accettare tale sopruso, il direttore di gara assecondò il numero uno arabo ed annullò il goal.

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Poco male, si direbbe: appena il tempo di riprendere posto in tribuna che Bossis si “permise” di siglare la quarta ed ultima rete dell’incontro. Stupar, al termine del Mondiale, verrà radiato.

Saltata l’edizione di Messico 86, il brasiliano rimase nei paesi arabi: furono gli Emirati Arabi Uniti a chiedere “la sua mano” affinchè li portasse ad Italia 90, traguardo raggiunto. La trasferta italica non seppe regalare alcuna gioia alla sua nazionale che concluse con zero punti, due goals fatti e ben 11 subito da Colombia, Germania ed Jugoslavia.

Come detto, USA 94 vedrà celebrare il suo momento più alto della carriera, per poi ridiscendere velocemente. Anzi vanterà anche il record infelice di essere il primo tecnico licenziato durate la fase finale quando i dirigenti dell’Arabia Saudita lo sostituiranno (!!!) dopo il secondo match.

Ritorna sulla panchina dei verde-oro nel 2006, l’edizione che vedrà gli azzurri celebrare il proprio trionfo mentre per Parreirra, che vantava assi del calibro di Ronaldo, Ronaldinho e Kakà, saluta la Germania con la sconfitta per 1-0 nei quarti contro la Francia.

Il 2010 lo affronta più facilmente; infatti il Sudafrica, paese ospitante, lo vuole per guidare i Bafana Bafana e compiere l’impresa di superare almeno il primo turno. Purtroppo sarà solo la vittoria per 2-1 nell’ultimo incontro, con la Francia già eliminata, a salvargli l’onore mentre il ct francese Domenech si rifiuta al termine dei 90 minuti di stringergli la mano.

Sei mesi dopo, Parreira annuncia il suo ritiro dal mondo del calcio, senza dare ulteriori spiegazioni.