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Germania-Inghilterra: 10 maggio 1930, l’inizio di una bellissima rivalità

Il primo incontro di calcio Inghilterra-Germania si disputò il 10 maggio 1930, quando le due nazionali, a Berlino, pareggiarono per 3-3. Da quel giorno sarebbe nata una rivalità storica con implicazioni storico-politiche che accende la passione.
Incontri si erano disputati anche anni addietro, con l’unica differenza che si trattava di partite fra squadre che non avevano il riconoscimento ufficiale da parte della federazione. Nel 1899 infatti, l’Inghilterra, che aveva già la sua rappresentativa nazionale, affrontò una compagine tedesca, umiliandola con due nettissime vittorie, 13-2 e 10-2. Poco tempo dopo, i Maestri Inglesi affrontarono una selezione mista di giocatori austriaci e tedeschi, vincendo entrambi gli incontri, stavolta con due più leggeri 6-0 e 7-0. La federazione tedesca  ( DFB) nascerà soltanto il 28 gennaio 1900.

Ma sarà la sfida di Berlino che darà il via ad una serie di leggendari scontri, che culmineranno nella finalissima dei Mondiali del 1966, con la rete fantasma di Hurtt che accenderà le fantasie di molti in tema di moviola.
Tornando al match nella capitale tedesca, furono gli ospiti a passare in vantaggio dopo appena otto giri di lancetta con Joe Bradford, a cui rispose al 21° minuto Richard Hofmann per un pari solo temporaneo. Ancora Bradford, dieci minuti dopo, riporterà in vantaggio l’Inghilterra ed Hofmann, ancora una volta, rispose pochi minuti dopo, chiudendo la prima frazione di gioco sul 2-2.

Un incidente di giocò lasciò i Leoni Inglesi in dieci per gran parte della seconda frazione, la furia tedesca si materializzò in Hoffman, che divenne eroe di giornata siglando la tripletta, al quarto d’ora. Mai ire mai,, la partita divenne epica: il capitano David Jack, che poi scriverà la storia dell’Arsenal negli anni successivo, mise il sigillo sul definitivo 3-3.

Le emozioni non furono per pochi: le tribune del Deutsches Stadion, poi abbattuto e rimpiazzato dallo Stadio Olimpico di Berlino, videro 60.000 spettatori prendere posto. Non sapranno che avranno assistito alla prima di una lunga serie di partite memorabili.

E per vedere tutti gli incontri ufficiali fra le due nazionali, clicca qui.

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La Coppa è nostra! Così parlò l’Argentina ai brasiliani

 

Il 22 gennaio 1939 si sarebbe dovuta assegnare la Coppa Roca, un torneo di calcio consistente in un duplice confronto fra Argentina e Brasile, da disputarsi in casa di una delle due nazionali ad anni alterni. Per aggiudicarsi la coppa, bisognava vincere un partita e non perdere l’altra. Nell’edizione del 39, ospitata dal Brasile a Rio de Janeiro, l’albiceleste aveva schiantato nel primo match i brasiliani con netto 5-1. L’ambiente dunque si preannunciava infuocato, non solo sul terreno di gioco, per vendicare la sconfitta subita. E fu una partita che, testimoniato dai continui cambi di punteggio, non annoiò sicuramente il pubblico sugli spalti.

Dapprima passarono in vantaggio i verde-oro con una rete di Leônidas da Silva, ma il ribaltamento nel punteggio fu rapido: gli ospiti, con Bruno Rodolfi ed Enrique García misero il muso avanti, mettendo fin dalla prima frazione di gioco il sigillo sulla vittoria della coppa. Ma il Brasile non ci stava a mollare di fronte agli “odiati cugini”, tanto da pervenire al pareggio poco prima del termine della frazione di gioco.

Alla ripresa del gioco, Adílson realizzò il 3-2 e, a soli quattro minuti dal termine, fu l’arbitro brasiliano Oliveira Monteiro (in quell’epoca le spese di viaggio andavano contenute) a salire in cattedra, decretando un rigore per i padroni di casa. Non fu che gli argentini si ritennero defraudati, protestando in maniera accesa ritenendo la decisione ingiusta e totalmente errata.
Talmente furiosi che l’undici ospite non ci pensò troppo ad abbandonare il terreno di gioco in segno di protesta. Peracio, incaricato di calciare il rigore, trovò di fronte a sé la porta sguarnita e non ebbe chiaramente difficoltà a trasformare il penalty.
Il direttore di gara, vista la situazione assai insolita, decretò la fine della gara prima dell’ultimo giro di lancetta, poiché a centrocampo non v’era più nessuno che potesse riprendere il gioco regolarmente.

E l’Argentina? Rientrò qualche giorno dopo in patria.…..in compagnia della Coppa Roca: i dirigenti federali si rifiutarono di lasciarla ai brasiliani, segno ulteriore della forte rivalità che tuttora persiste in campo calcistico. Qualche mese più tardi, la diplomazia riuscirà a riprendere il controllo della situazione.
Nel febbraio 1940 le due nazionali si rincontrarono, per assegnare il trofeo. E sul terreno di San Paolo, nel duplice confronto, l’Argentina stabilì la sua superiorità (momentanea), pareggiando 2-2 ed una settimana dopo, trionfando per 3-0, facendo ritorno a casa, questa volta con la Coppa Roca per giusti meriti.

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Ryan Giggs, il calciatore più vecchio ad aver segnato alle Olimpiadi

Il calcio alle Olimpiadi non viene visto di buon occhio: se da una parte gli atleti delle discipline povere temono di venire oscurati dalle ricche stelle del pallone, dall’altro i calciatori che devono presenziare preferirebbero starsene in ritiro con i compagni a preparare la successiva stagione agonistica.

Se poi ci si mette anche la FIFA, che non gradisce affatto un doppione del Mondiale, ecco che il giusto compromesso è la partecipazione delle rappresentative composto da atleti Under 23, con l’eccezione di un massimo di tre elementi che superino tale limite, i cosiddetti fuori quota.

Inoltre il limite di 16 nazioni ammesse limita la presenza dell’Europa alla rassegna a cinque cerchi ed al contempo le stelle sudamericane vengono quasi sempre bloccate dai Top clubs del Vecchi Continente. L’eccezione fu il giovane Messi che prese parte a Pechino 2008, trascinando l’Argentina al successo finale, assieme a stelle del calibro di Mascherano, Riquelme, Aguero, Di Maria e Lavezzi.

La successiva edizione dei Giochi Olimpici, Londra 2012, vedrà invece stabilire un nuovo record: il gallese Ryan Giggs divenne il giocatore più vecchio a segnare una rete alle Olimpiadi. Nel match contro gli Emirati Arabi Uniti, nell’arena di Wembley, l’uomo del Manchester United entrò nella storia realizzando l’1-0 al minuto 16, il 29 luglio 2012. La prodezza venne siglata alla tenera età di 38 anni e 242 giorni. Tale rete porterà anche alla vittoria la rappresentativa del Regno Unito che si presenta unita sotto la bandiera dell’Union Jack unicamente in tale competizione calcistica.

Tuttavia il cammino della Gran Bretagna sarà breve: dopo il passaggio di turno verrà eliminata ai quarti di finale ai rigori, battuta dalla Corea del Sud.  Il torneo verrà vinto a sorpresa dal Messico in finale contro il Brasile mentre gli asiatici coglieranno il bronzo.

E se pensate che Ryan Giggs sia proprietario soltanto di questo primato olimpico….beh, leggete l’elenco qui sotto.

Record

Calciatore ad aver segnato in più edizioni consecutive di Premier League, dalla sua istituzione (1992-1993) al (2012-2013) (21).
Calciatore ad aver disputato più edizioni consecutive di Premier League, dalla sua istituzione (1992-1993) al (2013-2014) (22).
Giocatore con più presenze in Premier League con 672 partite, tutte con il Manchester United.
Calciatore ad aver vinto più trofei con il Manchester United (37).
Calciatore ad aver vinto più volte la Premier League (13).
Calciatore del Manchester United ad aver giocato più partite di Champions League (151).
Calciatore ad aver segnato in più edizioni di Champions League (17).
Calciatore del Manchester United ad aver giocato più partite nelle competizioni UEFA per club (159).[20]
Calciatore ad aver giocato più partite con il Manchester United (963).
Calciatore ad aver vinto più campionati con il Manchester United (13).
Calciatore ad aver disputato più stagioni con il Manchester United (24).
Calciatore con più partecipazioni consecutive a edizioni della Champions League (18).
Calciatore più vecchio ad aver disputato una partita nel torneo di calcio ai Giochi olimpici a 38 anni e 252 giorni.
Calciatore più vecchio ad aver segnato nel torneo di calcio ai Giochi olimpici a 38 anni e 243 giorni.

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Vicente Calderon: la casa dell’Atletico Madrid va in pensione

Era il 2 ottobre 1966 quando Luis Aragonés, futuro ct della Spagna, fece esplodere in un boato  per la prima volte le tribune del Vicente Calderon. In una domenica d’inizio autunno, i biancorossi di Madrid scendevano in campo per la prima volta nell’arena situata sulle rive del Manzanares. Tuttavia non fu sufficiente per superare il Valencia, che seppe pareggiare con una rete di tal Paquito, portando il punteggio finale sull’1-1. Tuttavia la festa non poteva essere rovinata: l’impianto permetteva ai colchoneros di inserirsi nel novero dei clubs più importanti d’Europa per la modernità.

Dopo 50 anni circa, lo stadio chiuderà la sua carriera nel match di Champions League, un caldissimo derby cittadino contro il Real Madrid e valido per la semifinale di ritorno.

La storia

Nato con il nome “semplice” Estadio Manzanares per la posizione geografica in cui è situato, venne ridenominato Vicente Calderon il 14 luglio 1971 in onore del presidente del club in carica in quella fase storica e che si era impegnato affinchè venisse edificato un nuovo impianto.

La nuova inaugurazione si tenne il 23 maggio 1972, alla presenza del Generale Francisco Franco: l’incontro amichevole Spagna-Uruguay, finito con la vittoria delle Furie Rosse per 2-0, vide aprire la nuova era della società madrilena. L’impianto si caratterizzava per il rosso fiammante dei seggiolini e la presenza esclusiva di posti seduti, un fatto raro nel calcio in quell’epoca. 

Altra curiosità: il Vicente Calderón fu il primo stadio ad accogliere il giovanissimo  Principe Filippo di Spagna (7 anni), assieme ai genitori, Re Juan Carlos I e la principessa Sofía, l’11 gennaio 1976. I Mondiali di Spagna 82 furono sicuramente il punto più alto della sua storia. Ospitò il girone D della seconda fase della rassegna, che vide il passaggio del turno della Francia di Michel Platini.

La memoria dei tifosi dei colchoneros preferisce invece ricordare  il 26 maggio 1996, quando lo stadio fu teatro della vittoria contro l’Albacete per 2-0, che consegnò la Liga appena qualche giorno il successo in Coppa di Spagna contro il Barcellona. Ad essere ospiti dell’impianto, anche rockstar di fama internazionale come Michael Jackson, Madonna, Rolling Stones e AC /DC che calcarono il tappeto  erboso per una tappa delle rispettive tourneè.

Come arrivare al Vicente Calderon

L’impianto è situato nella zona sud-ovest della capitale, sulle rive del fiume Manzaneras e nei pressi din un’arteria principale M-30 che passa dietro la tribuna centrale. Se intendente raggiungere a piedi l’impianto, è necessario camminare per una buona mezz’ora, partendo da Plaza Mayor.

La fermata della metropolitana più vicina è Pirámides (Linea 5), situata a circa 10 minuti a piedi dallo stadio. Se invece scendete alla fermata Marques de Vadillo, anche’essa sulla linea 5, ma posta dall’altro lato del fiume, occorre camminare per 15 minuti circa.

Anche la linea ferroviaria cittadina Cercanía permette di arrivare al Calderon. Linea C-7 e C-10 raggiungono la fermata dello stadio.

Indirizzo: Paseo Virgen del Puerto 67, 28005 Madrid

Lo stadio ha ospitato la finale di Copa del Re in 14 occasioni:
1973 * 1974 * 1975 * 1977 * 1979 * 1981 * 1986 * 1989 * 1994 * 2005 * 2008 * 2012 * 2016 * 2017.

Il record di presenze si registrò in occasione del Vertigo Tour degli U2 con 57,040 presenze assolute.

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Olympiastadion Monaco di Baviera: dove Gerd Muller scrisse la storia

Se si potesse applicare il concetto di pensionamento ad un impianto sportivo, lo stadio Olimpico di Monaco di Baviera non lo rispetterebbe affatto. Sebbene non sia più la casa del Bayern e dei “cugini poveri” del Monaco 1860 dal 2006, la struttura avveniristica che ricorda la tela del ragno rende l’opera tuttora moderna.

Progettato dall’architetto tedesco Günther Benisch, lo stadio venne costruito in un triennio, terminando i lavori nel 1971, essendo destinato ad essere la casa dei Giochi Olimpici che si tennero nella città della Baviera nel settembre 1972, tristemente ricordato per la tragedia avvenuta nel Villaggio Olimpico. Il tetto fu disegnato da Frei Otto. Il binomio, assieme all’ingegnere Jörg Schlaich, progettarono una rete sotterranea di 18 chilometri di tubi in materiale sintetico percorsi da acqua calda per mantenere il prato sgombro da neve e ghiaccio. La copertura infatti, sebbene proteggesse dalle precipitazioni atmosferiche, non riparava completamente gli spalti e tanto meno il terreno di gioco che, rimaneva così esposto ai rigori dell’inverno tedesco.

Qualche mese prima della kermesse olimpica, lo stadio venne inaugurato il 26 maggio 1972 con il match fra i padroni di casa della Germania Ovest e la Russia. E per Gerd Müller fu una notte magica: davanti ad 80.000 spettatori, il bomber teutonico fu l’unico nome del tabellino dei marcatori, quattro reti siglate in un quarto d’ora nel secondo tempo, dopo che la prima frazione si era concluso con un mesto risultato ad occhiali. Per la Russia la rete della bandiera del 4-1 finale fu segnata da Kolotov.

Venne giocato l’atto finale del torneo olimpico: il 10 settembre 1972 vinse la Polonia per 2-1 grazie ad una doppietta di Deyna contro l’Ungheria.

Due anni più tardi l’arena vedrà un Mondiale di altissimo spessore tecnico: dal calcio totale dell’Olanda ai sorprendenti polacchi, dalla vittoria storica della Germania Est contro i cugini dell’Ovest, per finire a Gerd Muller che divenne il protagonista assoluto della rassegna.

Lo sconosciuto (o quasi) Grzegorz Lato fu il capocannoniere dei Mondiali con ben 7 reti, fra cui da citare la prodezza nella finale per il terzo posto contro il Brasile, segnando con un preciso diagonale dopo una corsa di 50 metri.

La finale del Mondiale fu decisamente l’evento che coincise con una nuova fase del calcio: il primo minuto, con il pallone giocato esclusivamente dagli Orange, senza che i tedeschi riuscissero minimamente a strapparglielo dai piedi, rimane un esempio da mostrare alle scuole calcio sul trattamento della sfera. Ed il rigore assegnato (e poi trasformato) per il vantaggio iniziale, avrebbe potuto tramortire chiunque, tranne i tedeschi ovviamente. Prima Breitner su rigore e poi Muller, sul finire della prima frazione, portarono la Seconda Coppa del Mondo in Germania.

Ci vollero 16 anni perchè gli olandesi si prendessero la rivincita. Ad Euro 88 dapprima sconfissero, in rimonta, i tedeschi in semifinale e nella finalissima il Cigno di Utrecht, al secolo Marco Van Basten, realizzerà l’incredibile e stupendo goal del 2-0 finale, sconfiggendo l’Unione Sovietica e trionfando per la prima volta in una rassegna continentale per nazioni.

Altre grandi sfide si disputeranno sul tappeto verde: ben tre le finali di Coppe dei Campioni si giocheranno in Baviera. Dal primo successo del Nottingham Forest (1979) contro gli svedesi del Malmo alla vittoria “furtiva” dell’Olympique Marsiglia che superò il Milan di Capello imbattuto in quell’edizione; infine al successo per 3-1, anch’esso sorprendente, del Borussia Dortmund che colse di sorpresa la Juventus di Lippi, che pareva destinata ad un comodo bis alla vigilia del match.

Poi, con i Mondiali 2006, le due società cittadine decideranno di costruire un impianto ex novo alla periferia di Monaco di Baviera, l’Allianz Arena. L’impianto ora ospita esclusivamente gare di atletica leggera.

Altri eventi

Lo stadio ha vissuto anche l’emozione per la visita papale quando nel 1987 Papa Giovanni Paolo II beatificò il gesuita tedesco Rupert Mayer, il primo gesuita che si oppose con decisione al regime nazista, opposizione per la quale pagò con la vita. Anche la musica è stata ospitata nell’impianto, con l’esibizione di rock stars di fama mondiale come Michael Jackson, che tenne all’Olympiastadion ben 5 concerti. A seguirlo ci furono gli U2, i Depeche Mode, i Rolling Stones, i Pink Floyd e Bruce Springsteen.

Indirizzo: Indirizzo: Spiridon-Louis-Ring 27, 80809 Monaco di Baviera

Inizio lavori 1968
Inaugurazione 26 maggio 1972
Pista d’atletica A 8 corsie, regolamentare
Costo 137 000 000 marchi tedeschi
Materiale del terreno Conglomerato (pista)
Erba sintetica (campo)
Dim. del terreno 105 m × 68 m
Proprietario Città di Monaco di Baviera
Gestore Olympiapark Munich GmbH

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Peter Bonetti, la leggenda del Chelsea fra i pali

Se il Mondiale 1966 conquistato in patria dall’Inghilterra vede gli storici del calcio ricordare  prima di tutto campioni del calibro di Bobby Charlton, Geoff Hurst, Jimmy Greaves, Gordon Banks fra i principali, pochi ricordano che il portiere della nazionale dei Tre Loeni aveva un sostituto di tutti rispeto.

Tale estremo difensore risponde al nome di Peter Bonetti, leggenda del Chelsea.

Nato a Putney, periferia su di Londra, nel 1941 da genitori svizzeri, precisamente del Canton Ticino, Bonetti “sbagliò” epoca per giocare in nazionale: dovette confrontarsi con un mostro sacro  come Banks e perse impietosamente, sebbene la sua carriera, unita ad un legame fortissimo con il Chelsea, gli permise di lasciare un’impronta storica. Con i Blues, in 18 anni di permanenza senza interruzioni, collezionò più di 720 presenze meritandosi l’appellativo di The Cat per la felina prontezza di riflessi che dimostrava fra i pali.

Fu la madre ad avviarlo al gioco del calcio, scrivendo una lettera a Ted Drake, all’epoca allenatore del Chelsea, chiedendogli di poterlo portare ad effettuare un provino a Stamford Brigde. Già nella prima stagione vincerà la FA Cup con la squadra giovanile e debuttando in prima squadra. Da quel momento la porta dei Blues avrà un solo guardiano.

Diversamente, in quell’epoca il club londinese non era tra i Top Teams, tanto che Bonetti assaggiò dapprima la cadetteria, contribuendo con parate determinanti alla promozione in massima serie alla fine del campionato 1962-63. In quella squadra militava anche Terry Venables, che  diventerà negli Anni Novanta il ct della nazionale d’Albione.

Oltre allo stile elegante, Bonetti diventerà celebre per i suoi lunghissimi rilanci con le mani, tali da diventare punto fondamentale per rapide ripartenze in un calcio inglese già improntato sui ritmi elevati.

Eroica fu la sua prestazione nella finalissima a Wembley di FA Cup contro il Leeds, effettuando veri e propri interventi miracolosi, rimanendo in campo anche da infortunato.

“Bloccato” da Gordon Banks negli Anni 60 (celebre la parata del secolo sul colpo di testa di Pelè in Brasile-Inghilterra) ed arrivato agli inizi della decade successiva un altro grande numero uno come Peter Shilton, Bonetti ebbe l’occasione della vita nei mondiali messicani. Banks infatti era rimasto vittima di un’intossicazione alimentare e dovette dare forfait nei quarti di finale contro la Germania Ovest. Purtroppo non riuscì a sfoderare una prestazione degna della sua fama, tanto che gli vennero attribuite parte delle colpe per la sconfitta subita ai tempi supplementari (3-2 il risultato finale).

Il 14 giugno 1970 a Leon diventerà così la sua ultima apparizione con i Bianchi.

Concluse la carriera in Scozia con il Dundee United, registrando solo cinque presenze. Nella classifica All-Time dei giocatori con più presenze nel Chelsea, è secondo con 729, alle spalle del solo Ron Harris, suo compagno di squadra per un ventennio circa, giunto alla cifra record di 795 partite giocate.

Bonetti rimase nel mondo del calcio per qualche anno, lavorando al Chelsea (ovviamente), Manchester City ed in nazionale come assistente tecnico.

Il palmares
Coppa di Lega inglese:  1964-1965
Coppa d’Inghilterra: 1969-1970
Competizioni internazionali – Coppa delle Coppe: 1970-1971
Nazionale Campionato mondiale: 1966

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Jack Charlton, il mondiale inglese che portò EIRE fra le grandi

La storia del calcio è ricca di fratelli famosi: e la famiglia Charlton può vantare addirittura entrambi con il titolo mondiale sulle spalle.  Jack, all’anagrafe John Charlton, nato ad Ashington l’8 maggio 1935), era il brutto anatroccolo, se così possiamo definirlo in maniera irriverente.

Fratello del più celebre e talentuoso Bobby, fu bandiera del Leeds per vent’anni circa, vincendo un campionato ed una coppa nazionale, una Charity Shield e due Coppe delle Fiere (l’attuale Europa League); in campo sapeva distinguersi:  stopper all’antica lungo e sgraziato, assai rigido anche nella corsa, riusciva però anche a “vedere la porta” avversaria, testimoniato dalle 70 reti con la maglia del club ed i 6 (su 35 presenze), con la nazionale dei Tre Leoni.

Con il calcio nel sangue per motivi famigliari,  gli zii Jack, George e Jim Milburn giocarono nel Leeds United mentre un altro, Stan, vestì le maglie di Chesterfield, Leicester City e Rochdale, dovette andare a lavorare ben preso, a soli 15 anni, nelle miniere di carbone della zona. Grazie alle conoscenze “vantate”, ottiene un provino nel 1952 con il Leeds United. La bravura lo premia, tanto che firma subito il suo primo contratto da calciatore professionista ed  il 25 aprile 1953, tredici giorni prima del 18° compleanno, debutta in prima squadra contro il Doncaster Rovers.

La coppia di fratelli Charlton si ricomporrà soltanto in nazionale: il fatto divenne epico in quanto solo nel lontano 1899, la nazionale inglese aveva schierato in campo assieme due fratelli, Frank e Fred Forman del Nottingham Forest. Il rapporto fra i due fu sempre buono, mai uno screzio in campo e nemmeno fuori dal rettangolo verde, fatta eccezione per qualche vicenda extra-calcio, raccontate nel libro “Jack & Bobby – A Story of Brothers in Conflict”, nel quale l’autore Leo McKinstry racconta che il maggiore non ha mai perdonato al più piccolo di non aver fatto abbastanza per mamma Cissie quando questa era gravemente malata.

La carriera in panchina, intrapresa appena tolti gli scarpini, lo vede navigare a fronte alta fin da subito, sebbene la gavetta sia decisamente lunga, se paragonata ai tempi moderni. Dapprima guida il Middlesbrough (1973-77), Sheffield Wednesday (1977-83) e Newcastle United (1984-85).Con il Boro viene subito promosso in Division One e venendo nominato manager dell’anno 1974. A ciò si aggiunge la nomina di Cavaliere all’Ordine dell’Impero Britannico (OBE), ottenuto, per i servigi resi alla patria calcistico.

Con le successive esperienze si forgia il carattere ed acquista personalità: la nomina, febbraio 1986, a ct della nazionale dell’EIRE coglie tutti di sorpresa tranne il buon Jack. Se la nazionale del Quadrifoglio non aveva mai giocato “fra le grandi”, sarà proprio l’inglese a portarla in pianta stabile nell’Olimpo del calcio.

Storica è la qualificazione agli Europei del 1988, durante i quali prima sconfigge i Maestri inglesi e poi nel terzo ed ultimo match, fa soffrire l’Olanda (poi campione) eliminandola fino a pochi minuti dal termine. La qualificazione alle fasi finali dei Mondiali nel 1990 e 1994 lo pone sulla strada dell’Italia ben due volte: nella notte dell’Olimpico, perde solo per 1-0 contro gli Azzurri mentre quattro anni più tardi si prende una sonora rivincita contro Sacchi battendola all’esordio per 1-0 con un goal di Houghton. Poi, la decisione di ritirarsi a vita privata, l’anno successivo, potendosi dedicare ai suoi hobbies preferiti, caccia e pesca su tutte, oltre ad eventi benefici in favore dei disabili, i discorsi a invito, la pubblicità (è testimonial, fra le altre cose, di una azienda di videogiochi legati al calcio) e la carica di Deputy Lord Lieutenant del Northumberland. Infine, per un ragazzo come Jack che è rimasto poco tempo sui banchi di scuola, per cause di forza maggiori, arriva nel 2004 la laurea honoris causa in Legge, conferitagli dal rettore della University of Leeds, in occasione del centenario dell’ateneo.

Nel 1996 la Repubblica d’Irlanda gli ha conferito la cittadinanza onoraria irlandese, onore conferito raramente, in onore dei successi da lui ottenuti alla guida della nazionale dell’Isola di Smeraldo.

 

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Gerard Janvion, il bleu del St Etienne e la canzone

Calcare i campi di gioco e ricevere “in premio” una canzone dedicata. Quando il calciatore, per il comportamento e lo stile in campo, appassiona i cuori di molti fans e riesce a superare  il colore della maglia, allora è giusto e bene che Gerard Janvion, difensore della Francia e del St Etienne a cavallo fra gli anni 70-80, può meritarsi un testo musicale, tutto in rima.

Il gruppo punk francese Dead Rats (I Topi Morti) volle scrivere e comporre le musiche per una brano che, seppure fosse stato registrato in studio, dal vivo sa entusiasmare. Non propriamente una canzone, ma una serie di rime con il cognome del calciatore che fece la fortuna del St Etienne, epoca in cui i Verdi di Francia, aggiunsero alla vittoria di quattro titoli nazionali, riuscirono ad arrivare alla finale di Coppa dei Campioni nella stagione 1975-76, perdendo per 1-0 contro il Bayern Monaco.

Con la nazionale Janvion mette insieme 40 presenze (nessun goal), toccando il vertice con il quarto al Mondiale di Spagna 82.

Terminata la carriera Janvion ritornò in Martinica, dove diresse il club locale dell‘Assaut de Saint-Pierre; tuttora vive nell’isola che gli ha dato i natali, dove gestisce una scuola di calcio ed è allenatore in seconda della nazionale della Martinica.

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Forza Toro: la canzone di Nilla Pizzi a Sanremo

Il Festival ” Una Canzone per la vostra squadra “ fu organizzato dall’assessorato al turismo di Sanremo e da Gianni Ravera ed ebbe luogo al teatro Ariston nella fine del mese di Marzo 1964.

Non era un concorso con in palio una vittoria, quanto una manifestazione che voleva mettere in risalto la passione dei tifosi vip cantanti. Fra queste anche il Grande Torino venne riportato alla memoria grazie a Nilla Pizzi, che era stata la vincitrice della prima edizione del Festival di Sanremo. Presentatori d’altissimo livello calcistico furono Nicolò Carosio e Nando Martellini.

Canzoni e cantanti : 1. Il Bologna è un grande squadrone (Gianni Morandi); 2. Punto e basta (Messina), (Corrado Lojacono); 3. Che Mantova! (Fabrizio Ferretti); 4. Forza, forza Lanerossi (Vicenza), (Quartetto Radar); 5. Forza Toro (Nilla Pizzi); 6. Canarino và (Modena), (Equipe 84); 7. La signora Juve (Emilio Pericoli); 8. Forza Lazio (Aura D’Angelo); 9. Giù il cappello (Milan), (Arturo Testa); 10. Sampdoria (Gian Costello); 11. ‘Sta Roma (Robertino); 12. I galletti (Bari), (Jo Fedeli);13. Largo che arriva l’Inter (Gino Corcelli); 14. Ale, ale, Genoa (Franco Franchi); 15. La corsara di Ferrara (Spal), (Lilly Bonato); 16. Forza Atalanta (Piero Focaccia); 17. Dai Catania (Didi Balboni); 18. I magnifici 11 (Fiorentina), (Narciso Parigi).

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Boca Juniors e la “nueva” Bombonera mai realizzata

Dici Boca Juniors e pensi alla Bombonera ed alla sua calorosa accoglienza: quando una folle idea di abbatterla non si realizzò

Nel 1965 Alberto José Armando, presidente del club giallo-blu, diede luce ad un progetto avveniristico per l’epoca: con la bonifica di una zona nei pressi del Rio de la Plata, il fiume che separa le due capitali Buenos Aires e Montevideo, realizzò la Cittadella sportiva. Stesi su 30 ettari, unendo con una serie di ponti ben 6 isole, venne inaugurato un anfiteatro per 1200 persone, bar, ristorante, cinema, campi di calcio, tennis e pallacanestro, due piscine, oltre ad un vivaio per la pesca ed altre luoghi deputati ad attività sportive e di ricreazione.
L’idea di fondo era di riservare l’area non solo ai soci del club giallobù, ma liberamente aperta alla comunità.

Tuttavia la Bombonera non poteva rimanere in secondo piano: il pubblico di appassionati che seguiva le imprese del club era in costante aumento e l’impianto meritava “rispetto”. Partendo dall’idea di una replica del Nou Camp di Barcellona nella forma, l’entusiasmo crescente spinse verso le prime opere: il posizionamento dei piloni di cemento erano il passo per vedere inaugurato, il 25 maggio 1975, lo stadio, tre anni prima della disputa della Coppa del Mondo 1978.

La capienza dell’arena avrebbe raggiunto i 100.000 posti, diventando il più moderno dell’intera rassegna mondiale. Ed i fondi? Nessun problema, con la vendita di abbonamenti per palchi e posti a sedere per i successivi 25 anni, pagabili anche in 60 rate,  sarebbero state trovate le risorse finanziarie necessarie.

Ma la situazione politica ed economica stava peggiorando, a livello generale: l’Argentina si stava avviando verso il periodo peggiore della sua storia. Arrivò la crisi economica del 1973, con l‘ascesa dei prezzi, la caduta dei salari, a cui si associava un periodo politico molto difficile, con i tentativi di contenere la situazione che diede il via al cosiddetto Plan Gelbard.

Alla morte del Presidente Juan Domingo Peron, avvenuta il 1° luglio 1974, il governo finì nelle mani della vedova María Estela Martínez, assolutamente incapace di governare.

Il Presidente Armando, che ogni settimana si premurava di annunciare tramite i media locali l’avanzamento dei lavori, dovette ripiegare ben presto ogni ambizione, poiché la struttura, alla data fatica del 25 maggio 1975, fissata da tempo per l’inaugurazione, si trovava in stato sempre più decadente, in totale abbandono.

A dar gioia al numero uno xeneises fu invece la squadra; arrivato in panchina Juan Carlos Toto Lorenzo nel 1975, il Boca vinse campionato Metropolitano e Nacional, gioia raddoppiata se si pensa che il successo arrivò in finale contro gli odiati rivali del River Plate.
L’anno successivo il primo trionfo in Coppa Libertadores, battendo i brasiliani del Cruzeiro ed il trionfo in Coppa Intercontinentale contro i tedeschi del Borussia Mönchengladbach, la finalista di Coppa dei Campioni, che venne ammessa alla competizione in seguito alla rinuncia del Liverpool Campione d’Europa.

Nel frattempo nel paese sudamericano era iniziata la Dittatura dei Generali, con il dramma di 30.000 e più desaparecidos, persone che spariranno per sempre nelle caserme militari senza che i loro corpi vengano mai restituiti ai familiari.
I materiali per la costruzione della Nueva Bombonera verranno eliminati gettandoli nel Rio de la Plata mentre sui terreni indicati per il maestoso impianto troveranno lo spazio adeguato le autostrade necessarie per i successivi Mondiali di Argentina 78.