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Intercontinentale 1981: il primo viaggio del Liverpool a Tokyo

Il 13 Dicembre 1981 è segnato in rosso sul calendario del Liverpool: il primo viaggio in Giappone, a Tokyo, vide gli  inglesi superati nettamente dal Flamengo nella finale di Coppa Intercontinentale davanti a 62.000 spettatori assiepati sugli spalti dello Stadio Nazionale.

Fin dalla sua creazione nel 1960, il trofeo vedeva la disputa di un match in gara di andata/ritorno, fra i vincitori della Coppa dei Campioni contro i campioni della Libertadores, l’alter ego sudamericano del trofeo europeo. Gli uomini di Anfield Road, sebbene già vincitori in passato della Coppa delle Grandi Orecchie, avevano rifiutato nel recente passato di affrontare i rispettivi campioni del Sudamerica, preferendo rinunciare. Al loro posto, nel 1977 partecipò il Borussia M’gladbach, la compagine finalista mentre l’anno seguente anche il Bruges preferì astenersi dalla partecipazione. Il match del 1981 era dunque la prima presenza, evento comune anche i brasiliani.

La partita sarà un monologo rosso-nero, con la stella di Zico che illuminò nel corso dei 90 minuti. Al 12° giro di lancetta, un suo passaggio sopra la testa di un difensore inglese lanciò Nunes verso la rete  iniziale. Poi al 34° da una suo calcio di punizione sarà Adilio a siglare il raddoppio; infine al 41° un altro assist in favore di Nunes chiuderà definitamente l’incontro.

Per gli inglesi la difesa del Flamengo rimarrà invalicabile come la Muraglia Cinese: la squadra che in Europa dominava il palcoscenico si sciolse davanti alla maggior classe degli avversari. Zico venne, di conseguenza, nominato man of the match.

Questo rimarrà anche l’unica apparizione nella manifestazione per il Flamengo mentre i Reds torneranno in Oriente nel dicembre 1984, ma anche in quell’occasione uscirono con le ossa rotte, superati dagli argentini dell’Independiente per 1-0.

Il Tabellino del match

13 dicembre 1981 – National Stadium, Tokyo
FLAMENGO – LIVERPOOL 3-0
Reti: 1-0 12′ Nunes, 2-0 34′ Adilio, 3-0 41′ Nunes
Flamengo: Raul, Leandro, Mozer, Marinho, Júnior, Andrade, Adílio, Zico Tita, Nunes, Lico
Liverpool: Grobbelaar, Neal, Thompson, Hansen, Lawrenson, Kennedy, Lee, McDermott (Johnson), Souness, Johnston, Dalglish
Arbitro: M. Mario Rubio Vazquez (Messico)

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Charles Miller, il padre del calcio in Brasile

Alla fine del 19° secolo, un cittadino scozzese che aveva varcato l’Oceano anni prima lavorare in Brasile presso le Ferrovie di San Paolo, decise di far percorrere al proprio figlio il percorso al contrario, affinché potesse ricevere nella terra d’origine l’istruzione adeguata (a suo dire).
Charles Miller, questo il nome del giovine, varcò dunque l’Atlantico e si stabilì, a soli nove anni (!) a Southampton, affinché studiasse alla Banister Court School iscrisse presso un college e si integrò talmente bene che prese parte anche alle attività varie che a quell’epoca costituivano i diversi aspetto sociali, fra cui lo sport.

Il calcio era fra queste e quando nel 1894 fece fagotto per rientrare dai genitori nel paese sudamericano, cominciò a diffondere la conoscenza dello sport con la palla.
Ma gli inizi si rivelarono disastrosi: solo i suoi connazionali mostravano interesse per il football, così il primo match che viene riportato negli annali si giocò fra due compagini composte unicamente da inglesi, su di un campo dal quale erano state appena fatte “sloggiare” le capre per le quali si trattava di un normale appezzamento di terreno da brucare.
Charles volle invitare anche alcuni giornalisti per assistere alla novità, ma nessuno ritenne la cosa interessante che passò così inosservata. Le settimane si susseguivano regolarmente ed i “vicini” del campo cominciarono ad interessarsi a questa strana pratica sportiva, così che anche gli indigeni vollero cimentarsi nel gioco.

E molto probabilmente, fu proprio il pallone portato da Miller ad essere l’unico in tutto il Brasile: i “locali “infatti, dovettero ingegnarsi per realizzare delle sfere con cui divertirsi, utilizzando quanto di più utile potessero trovare.
E nei quartieri di San Paolo, il calcio divenne un assoluto divertimento, un pò come avviene nei tempi attuali per il basket praticato nei campetti d’asfalto. A partire dal 1901, ebbe inizio anche la prima lega di squadre mentre anche la stampa, salendo sul carro del vincitore, cominciò a scrivere, in ritardo del football, o per meglio dire alla portoghese, del futebol.

Miller, oltre che un valido organizzatore, seppe farsi valere sui campi di calcio: vinse per ben quattro volte il titolo paulista con São Paulo Athletic Club, aggiudicandosi in due occasioni anche il titolo di cannoniere della lega. Dopo essersi ritirato dall’attività agonistica, preferì dilettarsi nel cricket e successivamente giocando a golf. Morarà il 30 giugno 1953 a San Paolo e tumulato presso il cimitero protestante.

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1° Maggio 1904: la Francia esordisce nel calcio mondiale

Nel giorno della Festa dei Lavoratori, il Primo Maggio 1904, la Francia disputa la sua prima partita internazionale contro il Belgio a Bruxelles. Il risultato finale sarà un rocambolesco 3-3. Ma torniamo alle origini della compagine transalpina.

I Cugini d’Oltralpe portarono alle Olimpiadi del 1900 una squadra non ufficiale, che rappresentò i colori francesi sotto l’effige dell’Union des Sociétés Françaises de Sports Athlétiques e conquistò la medaglia d’argento. Disputò altre cinque partite in maniera “ufficiosa”, fra cui una vittoria sonante per 6-2 contro il Belgio, ma ben quattro sconfitte contro l’Inghilterra, a quei tempi praticamente l’unica federazione, assieme alla Scozia, ad avere una rappresentativa nazionale di spessore. Poi, nel 1904, finalmente l’ingresso nella FIFA.
Per la sua prima gara ufficiale, la compagine scelse uno stato confinante, giocando un incontro amichevole contro il Belgio. Presso lo stadio Vivier d’Oie ad Uccle , situato alla periferia Sud-Ovest della capitale, l’arbitro inglese M. John Keene diede il via alle ore 16.45. Le cronache dell’epoca raccontano che la Francia si schierò con un classico (per l’epoca) 2-3-5, indossando una maglia bianca con due cerchi che s’intrecciavano, simboli dell’ USFSA mentre i belgi erano già con la divisa classica rosso fuoco.

E fu subito un inizio difficile: dopo sette minuti i padroni di casa passarono a condurre le danze grazie a Georges Quéritet, ma I “viaggianti” non ci stavano a bagnare con una sconfitta l’esordio. In un minuto ribaltarono al punteggio con Louis Mesnier (12′) e Marius Royet (13′).

Andati al riposo in svantaggio, fu ancora Quéritet al 50° a ristabilire la parità e al minuto 65 con Pierre Destrebecq il Belgio tornò avanti. Nulla da fare: doveva essere pareggio e Gaston Cyprès, dopo appena tre minuti, chiuse definitivamente le sorti del match con il 3-3 finale.

Il match entrerà nella storia per essere stato il primo incontro internazionale fra due compagini continentali: finora infatti, solo matches fra squadre del Regno Unito avranno goduto del carattere d’ufficialità e la partita venne preceduta da un banchetto ufficiale che fu occasione per i dirigenti delle due federazioni di mettere su carta le intenzioni di una federazione calcistica mondiale. Solo poche settimane prima, si era tenuto la riunione fra alcuni responsabili calcistici che poi solo anni dopo verrà riconosciuto come il primo congresso della FIFA.

Dopo più di un secolo di storia, il palmares della Francia vanta un Mondiale (1998) e due Europei (1984 e 2000); altre due volte è invece andata vicino alla vittoria, perdendo una finale ciascuna in entrambe le massime competizioni.

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Freemasons’ Tavern, il pub in cui nacque il calcio inglese

Alla Freemasons’ Tavern in Great Queen Street a Londra, il 26 ottobre 1863 si incontrano i rappresentanti di undici club britannici, con l’intento di unificare le regole del gioco del football. Fra le varie proposte spicca senza dubbio quella avanzata da F.W Campbell, che propone una mozione in favore dell’uso delle mani e del gioco violento: “Dare calci agli avversari questo è il vero gioco del football! E’ stato così nel passato, nessuno ha il diritto di vietarlo attraverso nuove regole. Chi è contro i calci negli stinchi è troppo vecchio per lo spirito del nostro gioco”, esclamerà nella sala.

La proposta provocò clamore in sala: a quel tempo non esisteva nemmeno l’arbitro che dirimeva le situazioni controverse ed il gioco del calcio, sia a livello tattico che tecnico, era solo un abbozzo di quello moderno. Ma l’idea parve assai rivoluzionaria, tanto che le cose non presero la piega desiderata e la mozione verrà bocciata con 13 voti contrari e solo 4 favorevoli. Nasce dunque la Football Association, che in data 8 dicembre 1863 approverà il primo regolamento ufficiale, con 14 regole base che diventeranno 17 soltanto nel 1938 in virtù dell’intervento dell’International Board.

E Campbell ? Ebbene darà origine alla scissione nel 1871 fonderà la Unione Britannica del Rugby.

Il Freemason’s Arms Pub,  inaugurato nel 1860 e situato nei pressi della più nota Covent Garden, dopo più di un secolo, è ancora aperto, come in ogni buona tradizione inglese che si rispetti.

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Germania-Inghilterra: 10 maggio 1930, l’inizio di una bellissima rivalità

Il primo incontro di calcio Inghilterra-Germania si disputò il 10 maggio 1930, quando le due nazionali, a Berlino, pareggiarono per 3-3. Da quel giorno sarebbe nata una rivalità storica con implicazioni storico-politiche che accende la passione.
Incontri si erano disputati anche anni addietro, con l’unica differenza che si trattava di partite fra squadre che non avevano il riconoscimento ufficiale da parte della federazione. Nel 1899 infatti, l’Inghilterra, che aveva già la sua rappresentativa nazionale, affrontò una compagine tedesca, umiliandola con due nettissime vittorie, 13-2 e 10-2. Poco tempo dopo, i Maestri Inglesi affrontarono una selezione mista di giocatori austriaci e tedeschi, vincendo entrambi gli incontri, stavolta con due più leggeri 6-0 e 7-0. La federazione tedesca  ( DFB) nascerà soltanto il 28 gennaio 1900.

Ma sarà la sfida di Berlino che darà il via ad una serie di leggendari scontri, che culmineranno nella finalissima dei Mondiali del 1966, con la rete fantasma di Hurtt che accenderà le fantasie di molti in tema di moviola.
Tornando al match nella capitale tedesca, furono gli ospiti a passare in vantaggio dopo appena otto giri di lancetta con Joe Bradford, a cui rispose al 21° minuto Richard Hofmann per un pari solo temporaneo. Ancora Bradford, dieci minuti dopo, riporterà in vantaggio l’Inghilterra ed Hofmann, ancora una volta, rispose pochi minuti dopo, chiudendo la prima frazione di gioco sul 2-2.

Un incidente di giocò lasciò i Leoni Inglesi in dieci per gran parte della seconda frazione, la furia tedesca si materializzò in Hoffman, che divenne eroe di giornata siglando la tripletta, al quarto d’ora. Mai ire mai,, la partita divenne epica: il capitano David Jack, che poi scriverà la storia dell’Arsenal negli anni successivo, mise il sigillo sul definitivo 3-3.

Le emozioni non furono per pochi: le tribune del Deutsches Stadion, poi abbattuto e rimpiazzato dallo Stadio Olimpico di Berlino, videro 60.000 spettatori prendere posto. Non sapranno che avranno assistito alla prima di una lunga serie di partite memorabili.

E per vedere tutti gli incontri ufficiali fra le due nazionali, clicca qui.

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La Coppa è nostra! Così parlò l’Argentina ai brasiliani

 

Il 22 gennaio 1939 si sarebbe dovuta assegnare la Coppa Roca, un torneo di calcio consistente in un duplice confronto fra Argentina e Brasile, da disputarsi in casa di una delle due nazionali ad anni alterni. Per aggiudicarsi la coppa, bisognava vincere un partita e non perdere l’altra. Nell’edizione del 39, ospitata dal Brasile a Rio de Janeiro, l’albiceleste aveva schiantato nel primo match i brasiliani con netto 5-1. L’ambiente dunque si preannunciava infuocato, non solo sul terreno di gioco, per vendicare la sconfitta subita. E fu una partita che, testimoniato dai continui cambi di punteggio, non annoiò sicuramente il pubblico sugli spalti.

Dapprima passarono in vantaggio i verde-oro con una rete di Leônidas da Silva, ma il ribaltamento nel punteggio fu rapido: gli ospiti, con Bruno Rodolfi ed Enrique García misero il muso avanti, mettendo fin dalla prima frazione di gioco il sigillo sulla vittoria della coppa. Ma il Brasile non ci stava a mollare di fronte agli “odiati cugini”, tanto da pervenire al pareggio poco prima del termine della frazione di gioco.

Alla ripresa del gioco, Adílson realizzò il 3-2 e, a soli quattro minuti dal termine, fu l’arbitro brasiliano Oliveira Monteiro (in quell’epoca le spese di viaggio andavano contenute) a salire in cattedra, decretando un rigore per i padroni di casa. Non fu che gli argentini si ritennero defraudati, protestando in maniera accesa ritenendo la decisione ingiusta e totalmente errata.
Talmente furiosi che l’undici ospite non ci pensò troppo ad abbandonare il terreno di gioco in segno di protesta. Peracio, incaricato di calciare il rigore, trovò di fronte a sé la porta sguarnita e non ebbe chiaramente difficoltà a trasformare il penalty.
Il direttore di gara, vista la situazione assai insolita, decretò la fine della gara prima dell’ultimo giro di lancetta, poiché a centrocampo non v’era più nessuno che potesse riprendere il gioco regolarmente.

E l’Argentina? Rientrò qualche giorno dopo in patria.…..in compagnia della Coppa Roca: i dirigenti federali si rifiutarono di lasciarla ai brasiliani, segno ulteriore della forte rivalità che tuttora persiste in campo calcistico. Qualche mese più tardi, la diplomazia riuscirà a riprendere il controllo della situazione.
Nel febbraio 1940 le due nazionali si rincontrarono, per assegnare il trofeo. E sul terreno di San Paolo, nel duplice confronto, l’Argentina stabilì la sua superiorità (momentanea), pareggiando 2-2 ed una settimana dopo, trionfando per 3-0, facendo ritorno a casa, questa volta con la Coppa Roca per giusti meriti.

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L’avventura della Celeste alle Olimpiadi di Parigi 1924

Se oggi il calcio alle Olimpiadi non riscuote granché successo, mancando i big che non dimostrano interesse (forse più i loro clubs) a partecipare al più grande evento dello sport, agli albori del football la rassegna olimpica rivestiva i panni di un Mondiale Bis. Ed ai Giochi di Parigi 1924 la nazionale dell’Uruguay voleva assolutamente prendere parte, motivata dal fatto di aver saltato le prime tre edizioni e dalla volontà di confrontarsi con le compagini europee.

Ma un grosso scoglio era da superare: mancavano i fondi per sostenere la trasferta. All’epoca i viaggi transoceanici si fanno in nave ed erano decisamente costosi, oltreché estenuanti.
Se le casse erano vuote, i cuori erano ricchi (di buona volontà): Atilio Narancio, dirigente federale e delegato del Nacional, decide di ipotecare la propria abitazione per acquistare i biglietti per il viaggio in nave dall’Uruguay alla Spagna.

Arrivati sul continente, toccherà ai giocatori darsi da fare, dovendosi guadagnare il viaggio fino a Parigi, disputando incontri amichevoli in varie città contro rappresentative locali da vincere assolutamente. La Celeste riesce nell’impresa (9 vittorie in altrettante gare disputate) ed arriva nella capitale francese giusto in tempo per l’apertura dei giochi.

La formula del torneo è semplice: un primo turno ad eliminazione diretta, una sorta di barrage, poi ottavi, quarti di finale, semifinali e finali (per il bronzo e per l’oro). All’Uruguay tocca giocare fin dall’inizio e l’accoppiamente non sembra favorevole: la Jugoslavia è infatti una delle compagini europee di più alto livello. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, pensano gli slavi: ed allora vengono inviati degli osservatori a spiare i sudamericani che, non appena si accorgono di essere osservati, mettono in scena durante l’allenamento una sorta di carnevalata. Cominciano infatti a fingere di commettere errori clamorosi, sbagliando passaggi, scontrandosi tra sé e calciando malamente il pallone. Gli osservatori se ne vanno soddisfatti già dopo pochi minuti: «Fanno tenerezza, questi poveri ragazzi venuti da tanto lontano», riferiranno al loro ritorno all’allenatore slavo.

Il 26 maggio è il gran giorno: l’esordio degli organizzatori, presso lo stadio Olimpico Yves-du-Manoir, meglio noto come “Colombes”, celebre per aver ospitato la partita del film Fuga per la Vittoria, è dei peggiori.
Sul pennone la bandiera nazionale viene issata al contrario, mentre la banda suona addirittura l’inno brasiliano, suscitando ovvie riprovazioni tra i membri della spedizione olimpica uruguaiana.

Ma l’orgoglio dell’undici celeste non vine scalfito: vittoria schiacciante per 7-0, a cui seguiranno i successi contro Stati Uniti (3-0), Francia (5-1), in semifinale la prima fatica, “solo” 2-1 contro l’Olanda mentre nella finalissima del 9 giugno la Svizzera verrà superata con un chiaro e risolutivo 3-0.

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La Scarpa d’Oro, il premio per il miglior bomber d’Europa

La Scarpa d’oro è il premio assegnato al calciatore che, durante la stagione europea dal 1° luglio al 30 giugno, ha ottenuto il punteggio migliore ottenuto moltiplicando il numero di goals realizzati nel campionato nazionale per il coefficiente di difficoltà del torneo stesso.

Tale coefficiente è determinato dalla posizione della federazione (es Italia per la Serie A) nel ranking UEFA per nazioni relativo alla stagione in corso ed espresso nel seguente:
2 punti per le reti segnate nei campionati piazzati dal primo al quinto posto,
1,5 punti quelli realizzati nei campionati piazzati tra la sesta e la ventiduesima posizione,
1 punto per tutti gli altri, ovvero dal 23-esimo al 54-esimo ed ultimo posto.

Semplificando con un esempio: il vincitore della stagione 2015-16, Luis Suarez, ottenne 80 punti totali, frutto di 40 (reti segnate) x 2 (parametro). Lo svedese Ibrahimovic invece, ottenne soltanto il sesto posto finale in quanto i suoi 37 goals in Ligue 1 vennero moltiplicati per 1,5 in quanto la Francia (intesa come federazione), si trova solo in sesta piazza nel ranking UEFA.

La storia del trofeo

Il premio, nato nel 1967 su iniziativa del magazine francese France Football, veniva assegnato semplicemente in base al numero di reti realizzate nel corso della stagione. Il vincitore della prima edizione il portoghese Eusebio del Benfica.

Talvolta però la vittoria arrideva a calciatori che nel corso della carriera non avrebbero mai calcato palcoscenici importanti. Forte fu l’eco dello scandalo che scoppiò nella stagione 1986-87: al termine dell’annata la vittoria fu assegnata, in un primo momento, all’attaccante rumeno della Dinamo Bucarest Rodion Camataru in virtù di 44 reti, che ebbe la meglio sull’austriaco Anton Polster, secondo con 39 realizzazioni con la maglia dell’Austria Vienna.

Il bomber della nazionale dell’Est realizzò ben 18 reti negli ultimi sei turni, dando adito ad alcuni sospetti. Il premio venne comunque conferito a Camataru che ricevette la Scarpa d’Oro a Parigi. Vent’anni dopo, nel 2007, l’Associazione decise di revocare il premio al vincitore rumeno, assegnandolo a Polster, visto in Italia con la maglia del Torino.
Il premio venne assegnato fino alla stagione 1990-91, quando a trionfare fu il macedone della Stella Rossa Darko Pancev. Dopo una temporanea sospensione di cinque stagioni, nel corso delle quali la classifica veniva stilata ai soli fini statistici, il premio tornò all’inizio dell’annata 1996-97, con l’introduzione appunto del peso ponderato delle reti in base al coefficiente UEFA.

In merito al regolamento, il calciatore può anche militare in due squadre e/o campionati diversi. Non può invece prima giocare in un campionato estivo (ad esempio nei tornei scandinavi) e poi in uno invernale (ad esempio in Spagna) e sommare i punti totali nella stessa stagione.
La Scarpa d’oro, rinominata Scarpa d’Oro Adidas per motivi di sponsorizzazione, viene attribuita dal 1982, anche in occasione della Coppa del Mondo. Il regolamento in questo caso prevede che in caso di parità, vengano conteggiati gli assists per determinare il vincitore. In caso di ulteriore pareggio si controlla il giocatore con il minor numero di minuti giocati e quindi con la migliore media realizzativa. A partire dal Mondiale di Germania 2006, vengono assegnate anche la Scarpa d’argento Adidas e la Scarpa di bronzo Adidas, rispettivamente al secondo e al terzo classificato.

Nell’albo d’oro di quest’ultimo riconoscimento figurano due italiani: Paolo Rossi (1982) e Salvatore Totò Schillaci (1990) che vinsero entrambi in virtù di sei reti segnate. Agli scorsi mondiali di Brasile 2014 è stato il colombiano Jaime Rodriguez a trionfare con 6 realizzazioni.

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La prima partita in notturna? In Inghilterra, 140 anni fa

Se il calcio in notturna costituisce oggi la normalità, agli albori del gioco appariva una stranezza. Costruire un impianto d’illuminazione solo per soddisfare un piacere poteva costituire uno spreco di denaro pubblico, eppure in Inghilterra, fin dal 1878 si poteva giocare illuminati dai riflettori!

Ebbene si, già circa 140 anni il terreno di gioco disponeva di lampioni che rendevano praticabile un match ad orari impensabili: il 14 ottobre 1878 il Bramall Lane di Sheffield (Inghilterra)  vedeva scendere sul prato due rappresentative locali che si sfidarono in notturna.

Davanti a Mr Perce Dix, il direttore di gara dell’evento speciale, i giocatori dello Sheffield FC, divisi in due compagini, ribattezzate semplicemente Reds (Rossi) e Blues, si sfidarono con inizio alle ore 19.30, ora locale.

E si riscontrò anche un notevole successo di pubblico, dato che le cronache del tempo parlano di ben 12.000 spettatori paganti (6 pences il costo del ticket) per vedere un’assoluta novità e, sempre secondo i resoconti ufficiali,  furono all’incirca 8.000 spettatori che si nascosero nell’ombra dei terreni circostanti pur di non perdersi un’azione di gioco.

Ma come era costruito l’impianto?

L’impianto era dotato di due generatori della potenza di 8 cavalli vapore,  installati dietro le due porte, mentre negli angoli vennero sistemate quattro torri, alte circa 9 metri. In questo modo, ad essere illuminato era soltanto il terreno di gioco, e pertanto le migliaia di persone che poterono guardare la partita senza acquistare il biglietto si “salvarono” dall’accusa di essere considerati dei “portoghesi”.

Il numero di spettatori era comunque record: solo qualche mese prima, la finale di Fa Cup venne disputata davanti a soltanto (si fa per dire) 4500 persone.

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La tecnologia nel calcio: la goal-line technology

Il calcio, è innegabile, sta andando sempre più alla velocità della luce: non solamente nel senso delle sempre migliori prestazioni fisiche degli atleti, quanto delle modifiche e delle innovazioni che gli organismi stanno apportando.

Dalla moltiplicazione delle partite e delle competizioni ai cambiamenti del regolamento del gioco, che talvolta è stato snaturato, in nome dello spettacolo al fine di aumentare l’evento che è il goal, pane del football. La tecnologia sta sempre più venendo in soccorso dello sport e così, dove l’occhio umano non può arrivare , ecco che l’occhio di falco ( o bionico) interviene a risolvere incertezze, salvando da errori.

Dal basket al tennis al volley, passando per sport individuali come la scherma, il calcio non poteva non seguire la via del computer che aiuta. Oggi si parla di VAR, ma già a partire dal campionato 2015-16 la tecnologia sta aiutando, nella Serie A italiana, l’arbitro a dirimere l’annosa questione del goal-no goal.

Ma ci volle quasi un intero girone d’andata per vederla utilizzata. La sofisticata strumentazione venne infatti in soccorso della giacchetta nera Irrati che, all’86°, assegnò la rete del definitivo 3-3 a Simone Pepe in Chievo-Roma. Fu precisamente una punizione calciata verso la porta della Roma che colse di sorpresa il portiere giallorosso Szczesny, incapace nel trattenere la palla che aveva sbattuto sul palo.

Ai Mondiali 2014 in Brasile, la massima competizione per importanza, l’occhio della tv fu utilizzata già durante un match del primo turno. Il 15 giugno 2014 a Porto Alegre l’arbitro brasiliano Sandro Ricci ebbe “l’aiuto dal cielo” per stabilire che il pallone colpito di testa dal francese Karim Benzema aveva superato il portiere dell’Honduras Noel Valladares.  Il match terminò con la vittoria dei transalpini per 3-0.