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Vicente Calderon: la casa dell’Atletico Madrid va in pensione

Era il 2 ottobre 1966 quando Luis Aragonés, futuro ct della Spagna, fece esplodere in un boato  per la prima volte le tribune del Vicente Calderon. In una domenica d’inizio autunno, i biancorossi di Madrid scendevano in campo per la prima volta nell’arena situata sulle rive del Manzanares. Tuttavia non fu sufficiente per superare il Valencia, che seppe pareggiare con una rete di tal Paquito, portando il punteggio finale sull’1-1. Tuttavia la festa non poteva essere rovinata: l’impianto permetteva ai colchoneros di inserirsi nel novero dei clubs più importanti d’Europa per la modernità.

Dopo 50 anni circa, lo stadio chiuderà la sua carriera nel match di Champions League, un caldissimo derby cittadino contro il Real Madrid e valido per la semifinale di ritorno.

La storia

Nato con il nome “semplice” Estadio Manzanares per la posizione geografica in cui è situato, venne ridenominato Vicente Calderon il 14 luglio 1971 in onore del presidente del club in carica in quella fase storica e che si era impegnato affinchè venisse edificato un nuovo impianto.

La nuova inaugurazione si tenne il 23 maggio 1972, alla presenza del Generale Francisco Franco: l’incontro amichevole Spagna-Uruguay, finito con la vittoria delle Furie Rosse per 2-0, vide aprire la nuova era della società madrilena. L’impianto si caratterizzava per il rosso fiammante dei seggiolini e la presenza esclusiva di posti seduti, un fatto raro nel calcio in quell’epoca. 

Altra curiosità: il Vicente Calderón fu il primo stadio ad accogliere il giovanissimo  Principe Filippo di Spagna (7 anni), assieme ai genitori, Re Juan Carlos I e la principessa Sofía, l’11 gennaio 1976. I Mondiali di Spagna 82 furono sicuramente il punto più alto della sua storia. Ospitò il girone D della seconda fase della rassegna, che vide il passaggio del turno della Francia di Michel Platini.

La memoria dei tifosi dei colchoneros preferisce invece ricordare  il 26 maggio 1996, quando lo stadio fu teatro della vittoria contro l’Albacete per 2-0, che consegnò la Liga appena qualche giorno il successo in Coppa di Spagna contro il Barcellona. Ad essere ospiti dell’impianto, anche rockstar di fama internazionale come Michael Jackson, Madonna, Rolling Stones e AC /DC che calcarono il tappeto  erboso per una tappa delle rispettive tourneè.

Come arrivare al Vicente Calderon

L’impianto è situato nella zona sud-ovest della capitale, sulle rive del fiume Manzaneras e nei pressi din un’arteria principale M-30 che passa dietro la tribuna centrale. Se intendente raggiungere a piedi l’impianto, è necessario camminare per una buona mezz’ora, partendo da Plaza Mayor.

La fermata della metropolitana più vicina è Pirámides (Linea 5), situata a circa 10 minuti a piedi dallo stadio. Se invece scendete alla fermata Marques de Vadillo, anche’essa sulla linea 5, ma posta dall’altro lato del fiume, occorre camminare per 15 minuti circa.

Anche la linea ferroviaria cittadina Cercanía permette di arrivare al Calderon. Linea C-7 e C-10 raggiungono la fermata dello stadio.

Indirizzo: Paseo Virgen del Puerto 67, 28005 Madrid

Lo stadio ha ospitato la finale di Copa del Re in 14 occasioni:
1973 * 1974 * 1975 * 1977 * 1979 * 1981 * 1986 * 1989 * 1994 * 2005 * 2008 * 2012 * 2016 * 2017.

Il record di presenze si registrò in occasione del Vertigo Tour degli U2 con 57,040 presenze assolute.

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Olympiastadion Monaco di Baviera: dove Gerd Muller scrisse la storia

Se si potesse applicare il concetto di pensionamento ad un impianto sportivo, lo stadio Olimpico di Monaco di Baviera non lo rispetterebbe affatto. Sebbene non sia più la casa del Bayern e dei “cugini poveri” del Monaco 1860 dal 2006, la struttura avveniristica che ricorda la tela del ragno rende l’opera tuttora moderna.

Progettato dall’architetto tedesco Günther Benisch, lo stadio venne costruito in un triennio, terminando i lavori nel 1971, essendo destinato ad essere la casa dei Giochi Olimpici che si tennero nella città della Baviera nel settembre 1972, tristemente ricordato per la tragedia avvenuta nel Villaggio Olimpico. Il tetto fu disegnato da Frei Otto. Il binomio, assieme all’ingegnere Jörg Schlaich, progettarono una rete sotterranea di 18 chilometri di tubi in materiale sintetico percorsi da acqua calda per mantenere il prato sgombro da neve e ghiaccio. La copertura infatti, sebbene proteggesse dalle precipitazioni atmosferiche, non riparava completamente gli spalti e tanto meno il terreno di gioco che, rimaneva così esposto ai rigori dell’inverno tedesco.

Qualche mese prima della kermesse olimpica, lo stadio venne inaugurato il 26 maggio 1972 con il match fra i padroni di casa della Germania Ovest e la Russia. E per Gerd Müller fu una notte magica: davanti ad 80.000 spettatori, il bomber teutonico fu l’unico nome del tabellino dei marcatori, quattro reti siglate in un quarto d’ora nel secondo tempo, dopo che la prima frazione si era concluso con un mesto risultato ad occhiali. Per la Russia la rete della bandiera del 4-1 finale fu segnata da Kolotov.

Venne giocato l’atto finale del torneo olimpico: il 10 settembre 1972 vinse la Polonia per 2-1 grazie ad una doppietta di Deyna contro l’Ungheria.

Due anni più tardi l’arena vedrà un Mondiale di altissimo spessore tecnico: dal calcio totale dell’Olanda ai sorprendenti polacchi, dalla vittoria storica della Germania Est contro i cugini dell’Ovest, per finire a Gerd Muller che divenne il protagonista assoluto della rassegna.

Lo sconosciuto (o quasi) Grzegorz Lato fu il capocannoniere dei Mondiali con ben 7 reti, fra cui da citare la prodezza nella finale per il terzo posto contro il Brasile, segnando con un preciso diagonale dopo una corsa di 50 metri.

La finale del Mondiale fu decisamente l’evento che coincise con una nuova fase del calcio: il primo minuto, con il pallone giocato esclusivamente dagli Orange, senza che i tedeschi riuscissero minimamente a strapparglielo dai piedi, rimane un esempio da mostrare alle scuole calcio sul trattamento della sfera. Ed il rigore assegnato (e poi trasformato) per il vantaggio iniziale, avrebbe potuto tramortire chiunque, tranne i tedeschi ovviamente. Prima Breitner su rigore e poi Muller, sul finire della prima frazione, portarono la Seconda Coppa del Mondo in Germania.

Ci vollero 16 anni perchè gli olandesi si prendessero la rivincita. Ad Euro 88 dapprima sconfissero, in rimonta, i tedeschi in semifinale e nella finalissima il Cigno di Utrecht, al secolo Marco Van Basten, realizzerà l’incredibile e stupendo goal del 2-0 finale, sconfiggendo l’Unione Sovietica e trionfando per la prima volta in una rassegna continentale per nazioni.

Altre grandi sfide si disputeranno sul tappeto verde: ben tre le finali di Coppe dei Campioni si giocheranno in Baviera. Dal primo successo del Nottingham Forest (1979) contro gli svedesi del Malmo alla vittoria “furtiva” dell’Olympique Marsiglia che superò il Milan di Capello imbattuto in quell’edizione; infine al successo per 3-1, anch’esso sorprendente, del Borussia Dortmund che colse di sorpresa la Juventus di Lippi, che pareva destinata ad un comodo bis alla vigilia del match.

Poi, con i Mondiali 2006, le due società cittadine decideranno di costruire un impianto ex novo alla periferia di Monaco di Baviera, l’Allianz Arena. L’impianto ora ospita esclusivamente gare di atletica leggera.

Altri eventi

Lo stadio ha vissuto anche l’emozione per la visita papale quando nel 1987 Papa Giovanni Paolo II beatificò il gesuita tedesco Rupert Mayer, il primo gesuita che si oppose con decisione al regime nazista, opposizione per la quale pagò con la vita. Anche la musica è stata ospitata nell’impianto, con l’esibizione di rock stars di fama mondiale come Michael Jackson, che tenne all’Olympiastadion ben 5 concerti. A seguirlo ci furono gli U2, i Depeche Mode, i Rolling Stones, i Pink Floyd e Bruce Springsteen.

Indirizzo: Indirizzo: Spiridon-Louis-Ring 27, 80809 Monaco di Baviera

Inizio lavori 1968
Inaugurazione 26 maggio 1972
Pista d’atletica A 8 corsie, regolamentare
Costo 137 000 000 marchi tedeschi
Materiale del terreno Conglomerato (pista)
Erba sintetica (campo)
Dim. del terreno 105 m × 68 m
Proprietario Città di Monaco di Baviera
Gestore Olympiapark Munich GmbH

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Boca Juniors e la “nueva” Bombonera mai realizzata

Dici Boca Juniors e pensi alla Bombonera ed alla sua calorosa accoglienza: quando una folle idea di abbatterla non si realizzò

Nel 1965 Alberto José Armando, presidente del club giallo-blu, diede luce ad un progetto avveniristico per l’epoca: con la bonifica di una zona nei pressi del Rio de la Plata, il fiume che separa le due capitali Buenos Aires e Montevideo, realizzò la Cittadella sportiva. Stesi su 30 ettari, unendo con una serie di ponti ben 6 isole, venne inaugurato un anfiteatro per 1200 persone, bar, ristorante, cinema, campi di calcio, tennis e pallacanestro, due piscine, oltre ad un vivaio per la pesca ed altre luoghi deputati ad attività sportive e di ricreazione.
L’idea di fondo era di riservare l’area non solo ai soci del club giallobù, ma liberamente aperta alla comunità.

Tuttavia la Bombonera non poteva rimanere in secondo piano: il pubblico di appassionati che seguiva le imprese del club era in costante aumento e l’impianto meritava “rispetto”. Partendo dall’idea di una replica del Nou Camp di Barcellona nella forma, l’entusiasmo crescente spinse verso le prime opere: il posizionamento dei piloni di cemento erano il passo per vedere inaugurato, il 25 maggio 1975, lo stadio, tre anni prima della disputa della Coppa del Mondo 1978.

La capienza dell’arena avrebbe raggiunto i 100.000 posti, diventando il più moderno dell’intera rassegna mondiale. Ed i fondi? Nessun problema, con la vendita di abbonamenti per palchi e posti a sedere per i successivi 25 anni, pagabili anche in 60 rate,  sarebbero state trovate le risorse finanziarie necessarie.

Ma la situazione politica ed economica stava peggiorando, a livello generale: l’Argentina si stava avviando verso il periodo peggiore della sua storia. Arrivò la crisi economica del 1973, con l‘ascesa dei prezzi, la caduta dei salari, a cui si associava un periodo politico molto difficile, con i tentativi di contenere la situazione che diede il via al cosiddetto Plan Gelbard.

Alla morte del Presidente Juan Domingo Peron, avvenuta il 1° luglio 1974, il governo finì nelle mani della vedova María Estela Martínez, assolutamente incapace di governare.

Il Presidente Armando, che ogni settimana si premurava di annunciare tramite i media locali l’avanzamento dei lavori, dovette ripiegare ben presto ogni ambizione, poiché la struttura, alla data fatica del 25 maggio 1975, fissata da tempo per l’inaugurazione, si trovava in stato sempre più decadente, in totale abbandono.

A dar gioia al numero uno xeneises fu invece la squadra; arrivato in panchina Juan Carlos Toto Lorenzo nel 1975, il Boca vinse campionato Metropolitano e Nacional, gioia raddoppiata se si pensa che il successo arrivò in finale contro gli odiati rivali del River Plate.
L’anno successivo il primo trionfo in Coppa Libertadores, battendo i brasiliani del Cruzeiro ed il trionfo in Coppa Intercontinentale contro i tedeschi del Borussia Mönchengladbach, la finalista di Coppa dei Campioni, che venne ammessa alla competizione in seguito alla rinuncia del Liverpool Campione d’Europa.

Nel frattempo nel paese sudamericano era iniziata la Dittatura dei Generali, con il dramma di 30.000 e più desaparecidos, persone che spariranno per sempre nelle caserme militari senza che i loro corpi vengano mai restituiti ai familiari.
I materiali per la costruzione della Nueva Bombonera verranno eliminati gettandoli nel Rio de la Plata mentre sui terreni indicati per il maestoso impianto troveranno lo spazio adeguato le autostrade necessarie per i successivi Mondiali di Argentina 78.

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Barcellona e le Olimpiadi: Foixarda, “padre” del Nou Camp

Quando la folla di tifosi blaugrana non invadeva il Nou Camp: un secolo fa (circa) era la Foixarda la casa delle prime imprese del Barcellona, costruita appositamente in vista della candidatura per le Olimpiadi.

L’Estadi Català, rinominato successivamente appunto campo di Foixarda, venne costruito sulla collina del Montjuïc, che domina il centro catalano dalla sua sommità, di appena 177 metri. Nel 1917 il sindaco Manel Rius e il Presidente della federazione Atletica Catalana crearono un comitato per la candidatura di Barcellona ad ospitare le Olimpiadi del 1924: il progetto prevedeva una grande area dedicata agli impianti sportivi. Fu l’architetto Jaume Mestres a presentare il piano, individuando una zona disabitata della collina per adibirla a futuro parco olimpico.

L’idea era grandiosa: lo stadio avrebbe dovuto accogliere 50.000 persone, utilizzando le terrazze naturali dell’area con una grande tribuna coperta sul lato nord, dotata di palchi privati, bars ed uffici mentre l’entrata principale avrebbe ricordato l’Arco di Trionfo. Nel gennaio 1921 iniziarono i lavori e dopo appena tre mesi si disputò il primo match, sebbene non ufficiale, fra un team di architetti ed uno formato da giornalisti, con i primi che prevalsero per 6 a 3.

Ma la gioia fu breve: dopo appena due settimane, l’entusiasmo per la realizzazione svanì di colpo. Il CIO infatti, aveva scelto Parigi come sede dei Giochi Olimpici del 1924: in un primo momento la delusione ebbe il sopravvento, ma poi i lavori ripresero ed il Natale 1921 vide l’atto d’inaugurazione dello stadio con la sfida fra il Barcellona e lo Sparta Praga, a quei tempi vera potenza del calcio mondiale.

Furono 32.000 gli spettatori assiepati intorno al campo, con molti tifosi che scalarono, è proprio il caso di dire, la collina per non perdersi lo spettacolo. Le due squadre si impegnarono in una doppia sfida-esibizione con la prima vinta dagli ospiti per 3-2 mentre nella seconda i catalani vinsero per 2-0.

Lo stadio però non venne mai completato: dapprima le mancate Olimpiadi ed in seguito la Guerra Civile Spagnola, portarono la struttura in disuso. Il franchismo volle anche annullare ogni legame con la regione catalana, cambiando il nome da Català a Foixarda, diventando campo municipale di rugby, tuttora esistente ed utilizzato.

Il Nou Camp vedrà la luce soltanto nel 1957.

La Foixarda, oggi