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Martin Hoffmann, il bomber più giovane della DDR

Per Martin Hoffmann, la giovane età non è mai stata un problema

Al Campionato del Mondo del 1974 giocò tutte e sei le partite, di cui cinque come titolare mentre, nella partita inaugurale contro l’Australia, entrò nel secondo tempo al posto di W. Loewe. Il suo gol segnato al Cile il 18 giugno all’Olympiastadion di Berlino Ovest lo fece diventare uno dei più giovani marcatori di sempre nella storia della competizione.
Due anni dopo, nel luglio del 1976, al torneo di calcio dei XXI Giochi Olimpici di Montréal, giocò tutte e cinque le partite, di cui quattro da titolare perché nella gara inaugurale a Toronto, contro il Brasile, subentrò negli ultimi minuti sempre al posto di Loewe.
16 le sue reti in Nazionale A, tra le quali la tripletta siglata il 13 ottobre 1979 a Berlino Est contro la Svizzera.

Vestì unicamente la maglia bianco-blu del Magdeburgo, ritirandosi nel 1985 dopo 256 presenze e 78 reti complessive. Nel suo personale palmares la vittoria nella Coppa delle Coppe 1973-74, quando i tedeschi dell’Est superarono in finale il Milan.

Iniziò la carriera di allenatore nel settore giovanile del suo amato club, per poi dirigere la prima squadra nel biennio 1994-96 e nella stagione 2002-03. Poi, tornò ad “investire” sui giovani allenando le squadre del vivaio e ritirandosi a vita privata nel 2013.

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Eroe per un giorno: Joe Gaetjens ed il goal all’Inghilterra

La vittoria degli USA contro i maestri dell’Inghilterra è nella storia non solo dei Mondiali di Brasile 1950, ma del calcio intero. Ad aggiungere stupore, anche l’aneddoto, che quando le agenzie di stampa trasmisero il testo con il punteggio finale, nell’isola anglosassone fu cosa comune pensare ad un refuso di stampa, ritenendo che fosse finita 10-1 per i figli d’Albione.

Invece accade anche che Davide batte Golia anche nel calcio e l’eroe di quel pomeriggio brasiliano un calciatore che non era statunitense al 100%. Infatti Joseph Gaetjens era nato ad Haiti in una famiglia per metà haitiana e per l’altra tedesca. Approfittando di una borsa di studio, Gaetjens frequentò l’Università di Columbia a New York, dove ebbe modo di conoscere lo sport del calcio.

Le sue reti nel torneo universitario attirarono le attenzioni del tecnico della nazionale a stelle e strisce che decise di convocarlo assieme ad uno scozzese ed un brasiliano, fatto permesso dal regolamento allora in vigore.

Per gli USA la trasferta mondiale poteva essere equiparata ad una gita premio, visto che gli elementi presenti erano totalmente privi di esperienza internazionale e che aveva sostenuto i primi allenamenti assieme soltanto in Brasile, alla vigilia della manifestazione!
Gli inglesi bombardarono per tutto l’incontro l’italo – americano Franck Borghi, giocatore di baseball (!) prestato al calcio che appena aveva avuto il tempo di capire il suo ruolo nel gioco del pallone.

Ma al 37° del primo tempo, fu Gaetjens a sorprendere con un colpo di testa l’estremo difensore inglese Bahr, portando in vantaggio gli americani, fra la sorpresa generale dei spettatori giunti a Belo Horizonte. A nulla valsero i tentativi di giungere al pareggio nel tempo restante e così il Mondiale brasiliano registrò la prima grande sorpresa: non rimarrà unica, basti pensare a cosa equivarrà il Maracanazo nel match conclusivo per una nazione intera.

Joe Gaetjens (nella foto in mezzo) in vacanza a New York con amici

Terminata la rassegna mondiale, Gaetjens si trasferì in Europa giocando prima nel Troyes e successivamente nell’Olympique Alès. Conclusa la carriera, fece ritorno in patria ad Haiti, in quanto non prese mai cittadinanza americana.
A non lasciarlo tranquillo fu la situazione politica nell’isola caraibica, che prese una brutta piega all’inizio degli Anni Sessanta: l’ascesa al potere di François “Papa Doc” Duvalier, che trasformò il paese in una dittatura feroce, vide la famiglia del calciatore inserita nella lista delle persone da eliminare.

Tramite il bisnonno, la famiglia si era imparentata con Louis Déjoie, sconfitto alle precedenti elezioni. Mentre i parenti più stretti si rifugiarono nella Repubblica Dominicana, Joe preferì rimanere in patria e l’8 luglio 1964 venne sequestrato dalla polizia segreta, i Tontons Macutes e nulla più si seppe di lui. Per anni la famiglia vivrà con la speranza che un giorno avrebbe fatto rientro a casa.

Ma purtroppo non fu così e solo nel 1972, alla morte del dittatore, venne confermata la morte dell’eroe calcistico dell’isola. Il corpo non verrà mai ritrovato.

Nel 1976 venne inserito postumo nella Hall of Fame del calcio americano.

Il tabellino dello storico match

  • 29 giugno 1950 – Belo Horizonte, Estadio Mineiro
    USA – INGHILTERRA 1-0
    USA: Borghi – Keough, Maca, McIlvenny (c) – Colombo, Bahr – Wallace, J.Souza, Gaetjens, Pariani, E.Souza
    INGHILTERRA: Williams – Ramsey, Aston, Wright (c) – Hughes, Dickinson – Finney, Mortensen, Bentley, Mannion, Mullen
    Gol: Gaetjens 38′
    Arbitro: Dattilo (ITA) Guardalinee: Galeati (ITA) e Delasalle (FRA)
    Spettatori: 10.500
  • Il video dell’incontro
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Odonkor il calciatore più veloce al mondo

La velocità può fare la differenza nel calcio moderno, a patto di usarla con intelligenza. Come disse qualcuno in passato, “il pallone non suda”. Ma per David Odonkor essere rapidi costituì anche un primato, non solo personale ma mondiale.

Nato a Bünde, in Germania, il 21 febbraio 1974, da padre ghanese e madre tedesca, debuttò come professionista tra le fila del Borussia Dortmund nel 2002. Passò poi in Spagna, vestendo la maglia bianco verde del Betis Siviglia che lo acquistò pagando 6,5 milioni di euro per il cartellino, rimanendo dal 2006 al 2010. In questo quadriennio fece parte della spedizione tedesca ai Mondiali 2006 ed Europei 2008. Con la maglia bianca disputerà in totale 16 partite, realizzando un goal nell’amichevole contro la Romania del settembre 2007. Tornato in patria durante l’estate 2010, giocherà soltanto una sola stagione nell’Aachen per poi tentare l’esperienza nell’Europa dell’Est, giocando due stagioni con la squadra ucraina dell’ Hoverla ucraniano, terminando la carriera nel 2013. Nel suo personale palmarés il successo più importante fu la Bundesliga.
La sua qualità, come detto, era la velocità: era in grado di correre i cento metri in soli 10.8 secondi, un tempo di assoluto livello mondiale.

Sebbene fosse apprezzato per la sua rapidità, preferì rimanere al Betis anche dopo la retrocessione. Ma la sfortuna lo colpì in pieno: un infortunio grave al ginocchio subito in allenamento lo tolse di mezzo per tutta la stagione e contribuendo al suo declino atletico che da li in avanti ne condizionerà la carriera.
Svolgerà per poco tempo la professione di assistente allenatore in patria, rimanendo tuttavia nelle categorie più basse del calcio. Oggi è direttore sportivo dell’Hammer SpVg, compagine della quinta categoria del calcio tedesco.

Prese parte, vincendola (!!!), all’edizione tedesca del Grande Fratello 2015 ed intascando un lauto  premio di  €100,000.

La curiosità

Nel maggio 2006, pur non essendo mai stato chiamato prima in Nazionale, venne incluso dal c.t. Jürgen Klinsmann nella lista dei 23 per partecipare ai Mondiali tedeschi. In questo modo divenne il secondo calciatore tedesco della storia a partecipare ad un Mondiale pur non avendo alcuna convocazione alle spalle: precedentemente era accaduto a Oliver Kahn in occasione di Stati Uniti 1994. Tuttavia non scenderà mai in campo durante la rassegna iridata. Stessa sorte gli capiterà due anni più tardi quando, sebbene convocato per Euro 2008, non giocherà nemmeno un minuto.

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Peter Bonetti, la leggenda del Chelsea fra i pali

Se il Mondiale 1966 conquistato in patria dall’Inghilterra vede gli storici del calcio ricordare  prima di tutto campioni del calibro di Bobby Charlton, Geoff Hurst, Jimmy Greaves, Gordon Banks fra i principali, pochi ricordano che il portiere della nazionale dei Tre Loeni aveva un sostituto di tutti rispeto.

Tale estremo difensore risponde al nome di Peter Bonetti, leggenda del Chelsea.

Nato a Putney, periferia su di Londra, nel 1941 da genitori svizzeri, precisamente del Canton Ticino, Bonetti “sbagliò” epoca per giocare in nazionale: dovette confrontarsi con un mostro sacro  come Banks e perse impietosamente, sebbene la sua carriera, unita ad un legame fortissimo con il Chelsea, gli permise di lasciare un’impronta storica. Con i Blues, in 18 anni di permanenza senza interruzioni, collezionò più di 720 presenze meritandosi l’appellativo di The Cat per la felina prontezza di riflessi che dimostrava fra i pali.

Fu la madre ad avviarlo al gioco del calcio, scrivendo una lettera a Ted Drake, all’epoca allenatore del Chelsea, chiedendogli di poterlo portare ad effettuare un provino a Stamford Brigde. Già nella prima stagione vincerà la FA Cup con la squadra giovanile e debuttando in prima squadra. Da quel momento la porta dei Blues avrà un solo guardiano.

Diversamente, in quell’epoca il club londinese non era tra i Top Teams, tanto che Bonetti assaggiò dapprima la cadetteria, contribuendo con parate determinanti alla promozione in massima serie alla fine del campionato 1962-63. In quella squadra militava anche Terry Venables, che  diventerà negli Anni Novanta il ct della nazionale d’Albione.

Oltre allo stile elegante, Bonetti diventerà celebre per i suoi lunghissimi rilanci con le mani, tali da diventare punto fondamentale per rapide ripartenze in un calcio inglese già improntato sui ritmi elevati.

Eroica fu la sua prestazione nella finalissima a Wembley di FA Cup contro il Leeds, effettuando veri e propri interventi miracolosi, rimanendo in campo anche da infortunato.

“Bloccato” da Gordon Banks negli Anni 60 (celebre la parata del secolo sul colpo di testa di Pelè in Brasile-Inghilterra) ed arrivato agli inizi della decade successiva un altro grande numero uno come Peter Shilton, Bonetti ebbe l’occasione della vita nei mondiali messicani. Banks infatti era rimasto vittima di un’intossicazione alimentare e dovette dare forfait nei quarti di finale contro la Germania Ovest. Purtroppo non riuscì a sfoderare una prestazione degna della sua fama, tanto che gli vennero attribuite parte delle colpe per la sconfitta subita ai tempi supplementari (3-2 il risultato finale).

Il 14 giugno 1970 a Leon diventerà così la sua ultima apparizione con i Bianchi.

Concluse la carriera in Scozia con il Dundee United, registrando solo cinque presenze. Nella classifica All-Time dei giocatori con più presenze nel Chelsea, è secondo con 729, alle spalle del solo Ron Harris, suo compagno di squadra per un ventennio circa, giunto alla cifra record di 795 partite giocate.

Bonetti rimase nel mondo del calcio per qualche anno, lavorando al Chelsea (ovviamente), Manchester City ed in nazionale come assistente tecnico.

Il palmares
Coppa di Lega inglese:  1964-1965
Coppa d’Inghilterra: 1969-1970
Competizioni internazionali – Coppa delle Coppe: 1970-1971
Nazionale Campionato mondiale: 1966

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Jack Charlton, il mondiale inglese che portò EIRE fra le grandi

La storia del calcio è ricca di fratelli famosi: e la famiglia Charlton può vantare addirittura entrambi con il titolo mondiale sulle spalle.  Jack, all’anagrafe John Charlton, nato ad Ashington l’8 maggio 1935), era il brutto anatroccolo, se così possiamo definirlo in maniera irriverente.

Fratello del più celebre e talentuoso Bobby, fu bandiera del Leeds per vent’anni circa, vincendo un campionato ed una coppa nazionale, una Charity Shield e due Coppe delle Fiere (l’attuale Europa League); in campo sapeva distinguersi:  stopper all’antica lungo e sgraziato, assai rigido anche nella corsa, riusciva però anche a “vedere la porta” avversaria, testimoniato dalle 70 reti con la maglia del club ed i 6 (su 35 presenze), con la nazionale dei Tre Leoni.

Con il calcio nel sangue per motivi famigliari,  gli zii Jack, George e Jim Milburn giocarono nel Leeds United mentre un altro, Stan, vestì le maglie di Chesterfield, Leicester City e Rochdale, dovette andare a lavorare ben preso, a soli 15 anni, nelle miniere di carbone della zona. Grazie alle conoscenze “vantate”, ottiene un provino nel 1952 con il Leeds United. La bravura lo premia, tanto che firma subito il suo primo contratto da calciatore professionista ed  il 25 aprile 1953, tredici giorni prima del 18° compleanno, debutta in prima squadra contro il Doncaster Rovers.

La coppia di fratelli Charlton si ricomporrà soltanto in nazionale: il fatto divenne epico in quanto solo nel lontano 1899, la nazionale inglese aveva schierato in campo assieme due fratelli, Frank e Fred Forman del Nottingham Forest. Il rapporto fra i due fu sempre buono, mai uno screzio in campo e nemmeno fuori dal rettangolo verde, fatta eccezione per qualche vicenda extra-calcio, raccontate nel libro “Jack & Bobby – A Story of Brothers in Conflict”, nel quale l’autore Leo McKinstry racconta che il maggiore non ha mai perdonato al più piccolo di non aver fatto abbastanza per mamma Cissie quando questa era gravemente malata.

La carriera in panchina, intrapresa appena tolti gli scarpini, lo vede navigare a fronte alta fin da subito, sebbene la gavetta sia decisamente lunga, se paragonata ai tempi moderni. Dapprima guida il Middlesbrough (1973-77), Sheffield Wednesday (1977-83) e Newcastle United (1984-85).Con il Boro viene subito promosso in Division One e venendo nominato manager dell’anno 1974. A ciò si aggiunge la nomina di Cavaliere all’Ordine dell’Impero Britannico (OBE), ottenuto, per i servigi resi alla patria calcistico.

Con le successive esperienze si forgia il carattere ed acquista personalità: la nomina, febbraio 1986, a ct della nazionale dell’EIRE coglie tutti di sorpresa tranne il buon Jack. Se la nazionale del Quadrifoglio non aveva mai giocato “fra le grandi”, sarà proprio l’inglese a portarla in pianta stabile nell’Olimpo del calcio.

Storica è la qualificazione agli Europei del 1988, durante i quali prima sconfigge i Maestri inglesi e poi nel terzo ed ultimo match, fa soffrire l’Olanda (poi campione) eliminandola fino a pochi minuti dal termine. La qualificazione alle fasi finali dei Mondiali nel 1990 e 1994 lo pone sulla strada dell’Italia ben due volte: nella notte dell’Olimpico, perde solo per 1-0 contro gli Azzurri mentre quattro anni più tardi si prende una sonora rivincita contro Sacchi battendola all’esordio per 1-0 con un goal di Houghton. Poi, la decisione di ritirarsi a vita privata, l’anno successivo, potendosi dedicare ai suoi hobbies preferiti, caccia e pesca su tutte, oltre ad eventi benefici in favore dei disabili, i discorsi a invito, la pubblicità (è testimonial, fra le altre cose, di una azienda di videogiochi legati al calcio) e la carica di Deputy Lord Lieutenant del Northumberland. Infine, per un ragazzo come Jack che è rimasto poco tempo sui banchi di scuola, per cause di forza maggiori, arriva nel 2004 la laurea honoris causa in Legge, conferitagli dal rettore della University of Leeds, in occasione del centenario dell’ateneo.

Nel 1996 la Repubblica d’Irlanda gli ha conferito la cittadinanza onoraria irlandese, onore conferito raramente, in onore dei successi da lui ottenuti alla guida della nazionale dell’Isola di Smeraldo.

 

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Manlio Scopigno, l’allenatore-filosofo del miracolo Cagliari

Filosofia e calcio: un binomio così strano, così comune

Manlio Scopigno nacque a Paularo (provincia di Udine) il 20 novembre 1925. Dapprima calciatore, con le maglie di Rieti, Salernitana, Napoli e Catanzaro, dovette porre fine alla sua carriera di atleta in modo beffardo:  la rottura dei legamenti del ginocchio, avvenuta ai tempi in cui militava con  il Napoli, solo pochi minuti dopo aver segnato la sua prima ed unica rete in Serie A.
Ma se ebbe termine la fase di calciatore, Scopigno non si scompose e decise di avviarsi alla carriera da tecnico: ancora Rieti nel suo destino, per poi salire le diverse categorie fino al Lanerossi Vicenza, subentrando all’esonerato Lerici e portando i veneti dapprima alla sesta posizione, al suo esordio in A, e successivamente concludendo il torneo sistemandosi alla settima piazza. Era il momento della svolta.

Il primo passo non fu positivo: al Bologna non riuscì a portare a termine la stagione, esonerato dopo appena cinque turni (i felsinei termineranno poi al secondo posto).
Ma non rimane fermo a lungo: nell’estate 1966 il suo telefono riceve la chiamata da Cagliari per condurre i sardi nella stagione 1966-67: pur piazzandosi al sesto posto, viene però sollevato, al termine del campionato, dall’incarico e sostituito da Ettore Puricelli.

Un anno fermo ai box, poi il rientro in Sardegna: nel quadriennio 1968-72 porterà la squadra sarda a vincere il suo primo ed unico tricolore nella stagione 1969-70, trascinato da Gigi Riva trionfatore anche nella classifica dei cannonieri con 21 reti, con un gruppo chiave costituito da Albertosi, Gori, Cera (il capitano) e Domenghini che poi sarà fondamentale anche in azzurro a Messico 70.

Terminerà la carriera a Vicenza, dopo una breve parentesi alla Roma durata solo sei partite.
Morirà all’età di 68 anni, il 25 settembre 1993 in seguito ad un infarto.
E’ stato inserito nella Hall of Fame del Cagliari. Vinse il premio di miglior allenatore dell’anno (Il Seminatore d’Oro) nella stagione 1966-67.

Perchè veniva chiamato il filosofo

Se i modi di fare, rilassati e cos’ lontani dalle tensioni del calcio, lo facevano apparire come un personaggio d’altri tempi, Scopigno, durante la carriera breve di calciatore era iscritto a Filosofia, all’Università di Ro­ma, fin dai tempi in cui giocava nel Rieti.. Tuttavia, il grave infortunio, come dichiarò qualche anno dopo in un’intervista “Andai alla deriva. Niente calcio e niente studi per due lunghi anni.”

Dissero di lui

Gianni Brera

“… A Cagliari è stato socratico nell’esercitare la filosofica ironia. Ha avuto grandi intuizioni psicologiche da grande pedagogista esaltando quel mostro di coraggio e bravura che era Gigi Riva”.

Italo Cucci

“Non ho conoscenza diretta del calcio reatino ma certo del suo “prodotto” più importante: Manlio Scopigno. Il Filosofo del Pallone per antonomasia, colonna del Rieti in B una sessantina di anni fa, mi parlava spesso della sua squadra, evidenziando soprattutto nostalgia della sua terra. Era il 1965, Scopigno aveva preso in consegna il Bologna da un altro grande campione del Lazio, Fulvio Bernardini, e a differenza del Dottor Pedata amava fare le ore piccole davanti a un whisky o un fernet.
Ripensando a quelle notti, a quelle chiacchiere, mi vien voglia di suggerire ai nuovi dirigenti del Rieti un convegno dedicato proprio a Scopigno, alla sua “filosofia”, alla sua idea del calcio. Ospite d’onore, l’artefice, insieme a Manlio, dello scudetto del Cagliari: Gigi Riva. A proposito di valori del calcio.”

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L’allenatore licenziato più velocemente: Leroy Rosenior

Ad assumere un allenatore si fa in fretta, e speso anche a cacciarlo, per qualche presidente, non è cosa assai complicata: chiedete a Leroy Rosenior che sicuramente deve aver maturato una tale pazienza per resistere ad uno stress del genere.

Nella primavera del 2007, precisamente il 17 maggio, il buon Leroy appose la sua firma in calce al contratto con il Torquay United, club inglese appena retrocesso dalla League Two in Conference National, quinto gradino della piramide del calcio anglosassone. Passarono soltanto 10 minuti dall’aver vergato quei pochi fogli che il proprietario, nonchè presidente Mike Bateson, informò il povero Rosenior che il club era stato appena ceduto ed il conseguente accordo era definitivamente saltato.

Il nuovo proprietario Alex Rowe, aveva infatti posto il veto sul suo capo, una vera e propria Sliding Doors.
Al suo posto era stato assunto Paul Buckle, ex centrocampista, che aveva militato in passato per un paio di stagioni ed appena entrato in pensione, avendo appeso le scarpette al chiodo vestendo la maglia dell’Exeter City.

La stagione non andò male per il Torquay,  classificatosi terzo ed acquisendo il diritto a disputare i play-off per la promozione.

Ma nella semifinale, l’incrocio proprio con l’ex squadra di Buckle, sarà fatale e sarà poi l’Exeter a guadagnarsi la promozione in League Two.
Il Torquay dovrà attendere la stagione successiva per fare ritorno fra i professionisti, vincendo stavolta i play-off. Attualmente la squadra, dopo la retrocessione avvenuta un paio di stagioni orsono, è tornata a militare in National.

E Rosenior? Dopo l’infelice parentesi di tecnico (per 10 minuti), lasciò per sempre la carriera di allenatore. Attualmente lavora per G-Sport, pay-Per-View africana in qualità di commentatore sportivo, oltre ad apparire in alcuni programmi calcistici della BBC regionali. Svolge inoltre il ruolo di ambasciatore per Show Racism The Red Card, associazione benefica che combatte il razzismo in Inghilterra.

Suo figlio Liam svolge la professione di calciatore: il 31-enne difensore gioca per il Brighton & Hove Albion, militante in Championship. Nel suo passato, ironia della sorte, ha vestito anche la maglia del Torquay.

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Alcantara, il bomber del Barcellona nato nelle Filippine

Il padre, calcistico, di Leo Messi non appartiene al Gotha delle nazioni calcistiche ma arriva da Oltreoceano e risponde al nome di Paulino Alcántara, giocatore nato nelle isole del Pacifico, terre alquanto rare in fatto di calciatori professionisti: eppure nella storia del Barcellona è lui il miglior bomber di tutti i tempi.

Con il fenomenale record di 356 goals in 357 partite (praticamente uno ogni 90 minuti) con la maglia blaugrana, nelle stagioni comprese tra il 1912 ed il 1927, Alcantara detiene tuttora la miglior media goal nella lunghissima storia della società. Nato nella città di Iloilo da genitori spagnoli nel 1896, fu il primo calciatore di origini asiatiche ad indossare la maglia di un club europeo ed è tuttora il più giovane atleta ad aver segnato una tripletta all’esordio, contro il Catalá SC quando aveva appena15 anni.

Certamente il record potrebbe sembrare facilitato dal fatto che Alcantara abbia solo disputato tornei regionali come la lega catalana e non la più difficile, nonchè professionistica, Liga Spagnola. Vestì anche le divise di entrambe le nazionali, Spagna e Filippine, seppur limitandosi ad una manciata di incontri in quanto preferì gli studi di medicina all’attività sportiva professionistica.

Alla sua carriera è legato un episodio leggendario che vuole che il pallone da lui calciato abbia terminato la sua corsa dentro la rete insieme a uno sfortunato poliziotto, colpito e trascinato dalla violenza della sfera mentre quest’ultimo era impegnato a controllare dei tifosi a bordo campo. Inoltre verrà conosciuto dal pubblico spagnolo con il soprannome di “el Rompe redes” (il Rompirete), oltre al fatto che sarà solito giocare portando fra i pantaloncini un enorme fazzoletto bianco.

Complessivamente vincerà 5 Coppe di Spagna, 10 tornei catalani e 2 campionati delle Filippine. Fu anche, per un breve periodo, commissario tecnico delle Furie Rosse. Morirà a Barcellona il 13 febbraio 1964.

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Chi è Aurelio De Laurentiis, il presidente del Napoli

Aurelio de Laurentiis è il Napoli ed il Napoli è Aurelio de Laurentiis, almeno da una decina d’anni. Ma chi è veramente il numero uno dei partenopei? Conosciamolo meglio.

Nasce a Roma il 24 maggio 1949. Il suo legame con Napoli e la Campania è dovuto al fatto che il padre Luigi nacque a Torre Annunziata. Sposato con Jacqueline Baudit, conosciuta in età giovanile in Inghilterra a Bath, dove i due studiavano, ha tre figli: Edoardo, Luigi e Valentina. Il è cinema nel suo DNA: il padre Luigi e lo zio Dino furono tra i più grandi produttori cinematografici in Italia da cui Aurelio da subito ha cercato di imparare il mestiere.

Ha battuto e sperimentato strade nuove, anzi si può dire che la maggiore notorietà gli sia giunta non dalla pluridecennale attività di produttore cinematografico, ma dal suo ingresso nel mondo del calcio con l’acquisto della società Calcio Napoli.
Il debutto imprenditoriale arriva nel 1977: esce infatti il film “Un borghese piccolo piccolo”, pellicola drammatica interpretata da un grande Alberto Sordi.
Sfonda nel mondo del cinema con la sua Filmauro, società indipendente fondata assieme al padre che da sola si occupa di ogni fase della realizzazione di un film, dalla sua produzione alla distribuzione, ma a dispetto del debutto sarà la commedia a consacrare de Laurentiis nel mondo della celluloide.

Arriva prima la commedia di qualità con pellicole del calibro di “Amici miei”, poi è il momento di fortunate serie che di anno in anno scandiscono le festività fino a guadagnarsi l’appellativo di cine-panettoni: la serie Vacanze di Natale supera indenne 30 anni di storia del cinema italiano portando sul grande schermo i comici più in voga così come i giovani emergenti.
Tanti gli artisti che hanno legato il loro nome alle commedie del produttore romano: da Celentano e Pozzetto fino ad arrivare ai fedelissimi Vanzina, Boldi e de Sica passando per Greggio. Ma il cinema di de Laurentiis non è stato solo commedia popolare. Tra gli attori e i registi passati sotto le sue produzioni ci sono nomi di primissimo livello quali Monicelli, Verdone, Benigni, Scola e De Niro.

Aldilà del successo riscontrato al botteghino da tantissimi suoi film, sono molti i riconoscimenti alla carriera di produttore: nel 2002 gli viene riconosciuto dal Ministro degli Esteri francese il titolo di Officier de l’Ordre des Arts et des Lettres, nel 2007 il sindaco di Roma gli attribuisce il ruolo di Ambasciatore della capitale mentre l’anno seguente gli è riconosciuto il prestigioso titolo di Cavaliere del Lavoro dal Presidente della Repubblica.
Tuttavia è con l’ingresso nel mondo del calcio che diventa noto al grande pubblico. Nel 2004 acquista la Società Calcio Napoli dal Tribunale Fallimentare: la squadra riparte dalla serie C (oggi LegaPro), ma in meno di tre anni i partenopei risalgono la china e tornano in serie A prima, e in Europa poi, passando attraverso l’Intertoto.

In poco tempo da Presidente del Napoli, de Laurentiis raccoglie significativi successi: due Coppe Italia e una Supercoppa di Lega in bacheca mentre in Europa gli azzurri si fanno sempre onore. Prima la Champions League, dove supera le corazzate Borussia Dortmund, Arsenal e Chelsea, poi l’Europa League con la semifinale raggiunta nel 2015, perdendo l’accesso alla finale nel doppio scontro con il Dnper (un goal subito in fuorigioco lo farà letteralmente infuriare). E sempre tenendo la barra dritta verso l’oculata gestione societaria che porta il Napoli ad essere una delle poche società in Europa ad avere i bilanci in regola con il fair play finanziario introdotto da Platini.

Nel mondo del calcio internazionale si è fatto conoscere anche per le sue roboanti dichiarazioni, prime fra tutte le ripetute richieste di riforma di campionato e coppe, al fine di alzare la qualità dello spettacolo calcistico e renderlo più appetibile al grande pubblico. Diversi anche gli scontri linguistici con il sindaco della città De Magistris in merito allo Stadio San Paolo, ritenuto poco accogliente e per nulla “europeo” rispetto alle moderne arene calcistiche.

Tanti gli episodi curiosi durante la sua presenza nel mondo del calcio, fra cui su tutte spicca la fuga sul sedile posteriore di uno scooter subito dopo che vennero stilati i calendari della Serie A 2011-12: il presidentissimo era infuriato perchè, a suo dire, non era stata prestata particolare attenzione al suo Napoli, allora iscritto nella Champions League.

Uscito dagli studi televisivi di Sky con un diavolo per capello, non le mandò certamente a dire, ripreso dalle telecamere e, mettendosi in strada, fermò il primo motorino che passava e si sedette sul sellino posteriore, come se nulla fosse.

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Il primo straniero del Real Madrid? Un portiere ungherese

La storia del Real Madrid è ricca di calciatori stranieri che hanno vestito la prestigiosa camiseta blanca: da campioni del calibro di Puskas, Di Stefano ai più recenti Zidane, Cristiano Ronaldo, Bale, oltre ad una miriade di talenti che non riuscirono a sbocciare completamente sotto le volte del Santiago Bernabeu. Ma chi fu il calciatore non-iberico ad indossare la prestigiosa maglietta? Un portiere ungherese!

Gyula Alberty, questo il nome del “primo”, era infatti nato a Debrecen, in Ungheria, il 4 luglio 1911, la seconda città più importante del paese magiaro, nei pressi del confine con la Romania. Fin da subito si mise fra i pali, iniziando la carriera in patria tra le fila Boksai SC, ma già nel 1934 sbarcò in Spagna per indossare i panni del Real Madrid, diventando ufficialmente il primo calciatore straniero ad avere questo onore.

Il suo acquisto venne deciso dalla dirigenza madrilena per sostituire niente di meno che un mito del calcio mondiale come Luis Zamora; con i blancos giocò due stagioni (20 partite in totale), vincendo due Coppa del Re, ma allo scoppio della Guerra Civile nel 1936, lasciò il paese iberico per trasferirsi in Francia al Le Havre.

Alla conclusione del conflitto, dopo un biennio, fece rientro in Spagna, giocando prima per il Real Unión de Irún, rimanendo solo un mese per poi passare al Racing de Ferrol. In Galizia giocò una finale di Coppa del Generalissimo, il trofeo intitolato al dittatore Franco, per poi trasferirsi al Celta Vigo, dove rimase per due stagioni.

Nel 1941 purtroppo firmerà il suo ultimo contratto con il Granada; da subito si conquistò le simpatie dei tifosi locali che rimanevano incuriositi dal fatto che durante gli incontri era solito mangiare arance o succhiarne il contenuto tramite una cannuccia, come raccontavano le cronache del tempo.

Si diceva addirittura che fossero gli stessi aficionados a regalare chili del dolce frutto mediterraneo allo spettacolare portiere ungherese, sempre pronto a stupire il pubblico per le sue parate.

Un anno dopo però, nella primavera del 1942, il suo stato di salute peggiorò improvvisamente: cominciò a soffrire dolori allo stomaco e poco dopo venne operato, senza però registrare alcun miglioramento. Il 9 aprile Alberty, a soli 31 anni morì. Le cause, secondo quello che scrisse in un articolo il giornalista locale Delgado, del decesso vennero imputate ad una lesione prodotta in conseguenza di uno scontro di gioco con il giocatore del Siviglia Campanal.

Altre fonti riportano invece che una febbre tifoidea, più nota come salmonellosi, originò la scomparsa di un calciatore che rimase nella storia del Real Madrid per essere stato il primo di una lunga serie di stranieri.

La sua tomba si trova a Granada, nel cimitero cittadino, dopo che il sindaco Gallego Burín gli diede sepoltura eterna.