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L’avventura della Celeste alle Olimpiadi di Parigi 1924

Se oggi il calcio alle Olimpiadi non riscuote granché successo, mancando i big che non dimostrano interesse (forse più i loro clubs) a partecipare al più grande evento dello sport, agli albori del football la rassegna olimpica rivestiva i panni di un Mondiale Bis. Ed ai Giochi di Parigi 1924 la nazionale dell’Uruguay voleva assolutamente prendere parte, motivata dal fatto di aver saltato le prime tre edizioni e dalla volontà di confrontarsi con le compagini europee.

Ma un grosso scoglio era da superare: mancavano i fondi per sostenere la trasferta. All’epoca i viaggi transoceanici si fanno in nave ed erano decisamente costosi, oltreché estenuanti.
Se le casse erano vuote, i cuori erano ricchi (di buona volontà): Atilio Narancio, dirigente federale e delegato del Nacional, decide di ipotecare la propria abitazione per acquistare i biglietti per il viaggio in nave dall’Uruguay alla Spagna.

Arrivati sul continente, toccherà ai giocatori darsi da fare, dovendosi guadagnare il viaggio fino a Parigi, disputando incontri amichevoli in varie città contro rappresentative locali da vincere assolutamente. La Celeste riesce nell’impresa (9 vittorie in altrettante gare disputate) ed arriva nella capitale francese giusto in tempo per l’apertura dei giochi.

La formula del torneo è semplice: un primo turno ad eliminazione diretta, una sorta di barrage, poi ottavi, quarti di finale, semifinali e finali (per il bronzo e per l’oro). All’Uruguay tocca giocare fin dall’inizio e l’accoppiamente non sembra favorevole: la Jugoslavia è infatti una delle compagini europee di più alto livello. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, pensano gli slavi: ed allora vengono inviati degli osservatori a spiare i sudamericani che, non appena si accorgono di essere osservati, mettono in scena durante l’allenamento una sorta di carnevalata. Cominciano infatti a fingere di commettere errori clamorosi, sbagliando passaggi, scontrandosi tra sé e calciando malamente il pallone. Gli osservatori se ne vanno soddisfatti già dopo pochi minuti: «Fanno tenerezza, questi poveri ragazzi venuti da tanto lontano», riferiranno al loro ritorno all’allenatore slavo.

Il 26 maggio è il gran giorno: l’esordio degli organizzatori, presso lo stadio Olimpico Yves-du-Manoir, meglio noto come “Colombes”, celebre per aver ospitato la partita del film Fuga per la Vittoria, è dei peggiori.
Sul pennone la bandiera nazionale viene issata al contrario, mentre la banda suona addirittura l’inno brasiliano, suscitando ovvie riprovazioni tra i membri della spedizione olimpica uruguaiana.

Ma l’orgoglio dell’undici celeste non vine scalfito: vittoria schiacciante per 7-0, a cui seguiranno i successi contro Stati Uniti (3-0), Francia (5-1), in semifinale la prima fatica, “solo” 2-1 contro l’Olanda mentre nella finalissima del 9 giugno la Svizzera verrà superata con un chiaro e risolutivo 3-0.

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La Scarpa d’Oro, il premio per il miglior bomber d’Europa

La Scarpa d’oro è il premio assegnato al calciatore che, durante la stagione europea dal 1° luglio al 30 giugno, ha ottenuto il punteggio migliore ottenuto moltiplicando il numero di goals realizzati nel campionato nazionale per il coefficiente di difficoltà del torneo stesso.

Tale coefficiente è determinato dalla posizione della federazione (es Italia per la Serie A) nel ranking UEFA per nazioni relativo alla stagione in corso ed espresso nel seguente:
2 punti per le reti segnate nei campionati piazzati dal primo al quinto posto,
1,5 punti quelli realizzati nei campionati piazzati tra la sesta e la ventiduesima posizione,
1 punto per tutti gli altri, ovvero dal 23-esimo al 54-esimo ed ultimo posto.

Semplificando con un esempio: il vincitore della stagione 2015-16, Luis Suarez, ottenne 80 punti totali, frutto di 40 (reti segnate) x 2 (parametro). Lo svedese Ibrahimovic invece, ottenne soltanto il sesto posto finale in quanto i suoi 37 goals in Ligue 1 vennero moltiplicati per 1,5 in quanto la Francia (intesa come federazione), si trova solo in sesta piazza nel ranking UEFA.

La storia del trofeo

Il premio, nato nel 1967 su iniziativa del magazine francese France Football, veniva assegnato semplicemente in base al numero di reti realizzate nel corso della stagione. Il vincitore della prima edizione il portoghese Eusebio del Benfica.

Talvolta però la vittoria arrideva a calciatori che nel corso della carriera non avrebbero mai calcato palcoscenici importanti. Forte fu l’eco dello scandalo che scoppiò nella stagione 1986-87: al termine dell’annata la vittoria fu assegnata, in un primo momento, all’attaccante rumeno della Dinamo Bucarest Rodion Camataru in virtù di 44 reti, che ebbe la meglio sull’austriaco Anton Polster, secondo con 39 realizzazioni con la maglia dell’Austria Vienna.

Il bomber della nazionale dell’Est realizzò ben 18 reti negli ultimi sei turni, dando adito ad alcuni sospetti. Il premio venne comunque conferito a Camataru che ricevette la Scarpa d’Oro a Parigi. Vent’anni dopo, nel 2007, l’Associazione decise di revocare il premio al vincitore rumeno, assegnandolo a Polster, visto in Italia con la maglia del Torino.
Il premio venne assegnato fino alla stagione 1990-91, quando a trionfare fu il macedone della Stella Rossa Darko Pancev. Dopo una temporanea sospensione di cinque stagioni, nel corso delle quali la classifica veniva stilata ai soli fini statistici, il premio tornò all’inizio dell’annata 1996-97, con l’introduzione appunto del peso ponderato delle reti in base al coefficiente UEFA.

In merito al regolamento, il calciatore può anche militare in due squadre e/o campionati diversi. Non può invece prima giocare in un campionato estivo (ad esempio nei tornei scandinavi) e poi in uno invernale (ad esempio in Spagna) e sommare i punti totali nella stessa stagione.
La Scarpa d’oro, rinominata Scarpa d’Oro Adidas per motivi di sponsorizzazione, viene attribuita dal 1982, anche in occasione della Coppa del Mondo. Il regolamento in questo caso prevede che in caso di parità, vengano conteggiati gli assists per determinare il vincitore. In caso di ulteriore pareggio si controlla il giocatore con il minor numero di minuti giocati e quindi con la migliore media realizzativa. A partire dal Mondiale di Germania 2006, vengono assegnate anche la Scarpa d’argento Adidas e la Scarpa di bronzo Adidas, rispettivamente al secondo e al terzo classificato.

Nell’albo d’oro di quest’ultimo riconoscimento figurano due italiani: Paolo Rossi (1982) e Salvatore Totò Schillaci (1990) che vinsero entrambi in virtù di sei reti segnate. Agli scorsi mondiali di Brasile 2014 è stato il colombiano Jaime Rodriguez a trionfare con 6 realizzazioni.

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Manlio Scopigno, l’allenatore-filosofo del miracolo Cagliari

Filosofia e calcio: un binomio così strano, così comune

Manlio Scopigno nacque a Paularo (provincia di Udine) il 20 novembre 1925. Dapprima calciatore, con le maglie di Rieti, Salernitana, Napoli e Catanzaro, dovette porre fine alla sua carriera di atleta in modo beffardo:  la rottura dei legamenti del ginocchio, avvenuta ai tempi in cui militava con  il Napoli, solo pochi minuti dopo aver segnato la sua prima ed unica rete in Serie A.
Ma se ebbe termine la fase di calciatore, Scopigno non si scompose e decise di avviarsi alla carriera da tecnico: ancora Rieti nel suo destino, per poi salire le diverse categorie fino al Lanerossi Vicenza, subentrando all’esonerato Lerici e portando i veneti dapprima alla sesta posizione, al suo esordio in A, e successivamente concludendo il torneo sistemandosi alla settima piazza. Era il momento della svolta.

Il primo passo non fu positivo: al Bologna non riuscì a portare a termine la stagione, esonerato dopo appena cinque turni (i felsinei termineranno poi al secondo posto).
Ma non rimane fermo a lungo: nell’estate 1966 il suo telefono riceve la chiamata da Cagliari per condurre i sardi nella stagione 1966-67: pur piazzandosi al sesto posto, viene però sollevato, al termine del campionato, dall’incarico e sostituito da Ettore Puricelli.

Un anno fermo ai box, poi il rientro in Sardegna: nel quadriennio 1968-72 porterà la squadra sarda a vincere il suo primo ed unico tricolore nella stagione 1969-70, trascinato da Gigi Riva trionfatore anche nella classifica dei cannonieri con 21 reti, con un gruppo chiave costituito da Albertosi, Gori, Cera (il capitano) e Domenghini che poi sarà fondamentale anche in azzurro a Messico 70.

Terminerà la carriera a Vicenza, dopo una breve parentesi alla Roma durata solo sei partite.
Morirà all’età di 68 anni, il 25 settembre 1993 in seguito ad un infarto.
E’ stato inserito nella Hall of Fame del Cagliari. Vinse il premio di miglior allenatore dell’anno (Il Seminatore d’Oro) nella stagione 1966-67.

Perchè veniva chiamato il filosofo

Se i modi di fare, rilassati e cos’ lontani dalle tensioni del calcio, lo facevano apparire come un personaggio d’altri tempi, Scopigno, durante la carriera breve di calciatore era iscritto a Filosofia, all’Università di Ro­ma, fin dai tempi in cui giocava nel Rieti.. Tuttavia, il grave infortunio, come dichiarò qualche anno dopo in un’intervista “Andai alla deriva. Niente calcio e niente studi per due lunghi anni.”

Dissero di lui

Gianni Brera

“… A Cagliari è stato socratico nell’esercitare la filosofica ironia. Ha avuto grandi intuizioni psicologiche da grande pedagogista esaltando quel mostro di coraggio e bravura che era Gigi Riva”.

Italo Cucci

“Non ho conoscenza diretta del calcio reatino ma certo del suo “prodotto” più importante: Manlio Scopigno. Il Filosofo del Pallone per antonomasia, colonna del Rieti in B una sessantina di anni fa, mi parlava spesso della sua squadra, evidenziando soprattutto nostalgia della sua terra. Era il 1965, Scopigno aveva preso in consegna il Bologna da un altro grande campione del Lazio, Fulvio Bernardini, e a differenza del Dottor Pedata amava fare le ore piccole davanti a un whisky o un fernet.
Ripensando a quelle notti, a quelle chiacchiere, mi vien voglia di suggerire ai nuovi dirigenti del Rieti un convegno dedicato proprio a Scopigno, alla sua “filosofia”, alla sua idea del calcio. Ospite d’onore, l’artefice, insieme a Manlio, dello scudetto del Cagliari: Gigi Riva. A proposito di valori del calcio.”

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Fatti strani del calcio inglese

Le nuove diavolerie tecnologiche, vedi social e smartphone, posso diventare molto pericolose per un calciatore professionista: dai tweets scritti e poi cancellati ai post provocatori, per un atleta non c’è più bisogno di una conferenza stampa per fare rumore.

Nel gennaio 2011, Ryan Babbel, attaccante in quell’epoca del Liverpool, non fu molto contento delle decisione arbitrali operate da Howard Webb, non certamente l’ultimo dei fischietti, nel corso della partita di FA Cup che che i Reds persero contro il  Manchester United all’Old Trafford per 1-0.  Il rigore fischiato contro al 2° minuto, poi risolutivo, ed un’ora dopo l’espulsione ai danni di Steven Gerrard, indussero Babbel a criticare aspramente il direttore di gara mediante un post in cui lo stesso veniva ritratto indossando una maglietta del Manchester United. La federazione inglese non lasciò passare il fatto senza prima aver multato il giocato per l’importo di 10,000 sterline ed invitandolo a non ripetere il gesto in futuro.

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Nel dicembre 2003 Rio Ferdinand venne squalificato e multato per 50,000 sterline per essersi rifiutato di sottoporsi ad un testa antidoping. Il giocatore del Manchester United era stato chiamato ad un controllo al termine di un allenamento dagli ispettori della federazione. Il difensore invece preferì allontanarsi dal centro d’allenamento adducendo come scusa di aver in corso un trasloco. Motivazione ben presto smascherata perchè venne sorpreso a fare shopping in città!

A nulla valse il ricorso contro la squalifica: 8 mesi di stop, fino a settembre 2004 ed europei in Portogallo che saltarono!!

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Il 6 gennaio 1990 era un gran giorno per il Cardiff City. La ripetizione del match valido per il terzo turno di FA contro il Queens Park Rangers significò il primato d’incasso per il club, ben 50.517,75 sterline! Essendo sabato, avrebbero portato il malloppo in banca soltanto il lunedì successivo; peccato che qualcun altro ci aveva già pensato. Durante il week-end alcuni ladri si introdussero nella sede della compagine gallese rubando l’intero incasso.

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L’attaccante del Liverpool Jamie Carragher venne colpito da una moneta lanciata dagli spalti nella ripetizione del match contro l’Arsenal, valido per il quarto turno di FA Cup, il 27 gennaio 2002.  Irritato, Carragher rilanciò il conio in mezzo alla folla e venne espulso. Successivamente venne multato dal club per 40.000 sterline,, ricevette un avvertimento dalla polizia e squalificato per tre turni.

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La prima partita in notturna? In Inghilterra, 140 anni fa

Se il calcio in notturna costituisce oggi la normalità, agli albori del gioco appariva una stranezza. Costruire un impianto d’illuminazione solo per soddisfare un piacere poteva costituire uno spreco di denaro pubblico, eppure in Inghilterra, fin dal 1878 si poteva giocare illuminati dai riflettori!

Ebbene si, già circa 140 anni il terreno di gioco disponeva di lampioni che rendevano praticabile un match ad orari impensabili: il 14 ottobre 1878 il Bramall Lane di Sheffield (Inghilterra)  vedeva scendere sul prato due rappresentative locali che si sfidarono in notturna.

Davanti a Mr Perce Dix, il direttore di gara dell’evento speciale, i giocatori dello Sheffield FC, divisi in due compagini, ribattezzate semplicemente Reds (Rossi) e Blues, si sfidarono con inizio alle ore 19.30, ora locale.

E si riscontrò anche un notevole successo di pubblico, dato che le cronache del tempo parlano di ben 12.000 spettatori paganti (6 pences il costo del ticket) per vedere un’assoluta novità e, sempre secondo i resoconti ufficiali,  furono all’incirca 8.000 spettatori che si nascosero nell’ombra dei terreni circostanti pur di non perdersi un’azione di gioco.

Ma come era costruito l’impianto?

L’impianto era dotato di due generatori della potenza di 8 cavalli vapore,  installati dietro le due porte, mentre negli angoli vennero sistemate quattro torri, alte circa 9 metri. In questo modo, ad essere illuminato era soltanto il terreno di gioco, e pertanto le migliaia di persone che poterono guardare la partita senza acquistare il biglietto si “salvarono” dall’accusa di essere considerati dei “portoghesi”.

Il numero di spettatori era comunque record: solo qualche mese prima, la finale di Fa Cup venne disputata davanti a soltanto (si fa per dire) 4500 persone.

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La tecnologia nel calcio: la goal-line technology

Il calcio, è innegabile, sta andando sempre più alla velocità della luce: non solamente nel senso delle sempre migliori prestazioni fisiche degli atleti, quanto delle modifiche e delle innovazioni che gli organismi stanno apportando.

Dalla moltiplicazione delle partite e delle competizioni ai cambiamenti del regolamento del gioco, che talvolta è stato snaturato, in nome dello spettacolo al fine di aumentare l’evento che è il goal, pane del football. La tecnologia sta sempre più venendo in soccorso dello sport e così, dove l’occhio umano non può arrivare , ecco che l’occhio di falco ( o bionico) interviene a risolvere incertezze, salvando da errori.

Dal basket al tennis al volley, passando per sport individuali come la scherma, il calcio non poteva non seguire la via del computer che aiuta. Oggi si parla di VAR, ma già a partire dal campionato 2015-16 la tecnologia sta aiutando, nella Serie A italiana, l’arbitro a dirimere l’annosa questione del goal-no goal.

Ma ci volle quasi un intero girone d’andata per vederla utilizzata. La sofisticata strumentazione venne infatti in soccorso della giacchetta nera Irrati che, all’86°, assegnò la rete del definitivo 3-3 a Simone Pepe in Chievo-Roma. Fu precisamente una punizione calciata verso la porta della Roma che colse di sorpresa il portiere giallorosso Szczesny, incapace nel trattenere la palla che aveva sbattuto sul palo.

Ai Mondiali 2014 in Brasile, la massima competizione per importanza, l’occhio della tv fu utilizzata già durante un match del primo turno. Il 15 giugno 2014 a Porto Alegre l’arbitro brasiliano Sandro Ricci ebbe “l’aiuto dal cielo” per stabilire che il pallone colpito di testa dal francese Karim Benzema aveva superato il portiere dell’Honduras Noel Valladares.  Il match terminò con la vittoria dei transalpini per 3-0.

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Perchè Pelè scelse la maglia numero 10

Quale numero meglio del 10 rappresenta la classe, il talento e spesso la fama nel gioco del Calcio? Nessuno, è la risposta che gli appassionati sparsi per il mondo potrebbero dare all’unisono. Semplicemente facendo l’elenco dei campioni che hanno calcato il tappeto erboso con un tale numero sulle spalle, si spalanca di fronte a noi la storia del calcio.

Da Maradona a Messi, passando per Rivera, Mazzola e Platini, solo per fare qualche esempio. E volontariamente citiamo solo ora Pelè, emblema del Brasile e che visse nell’epoca in cui la Tv mostrava le prime partite ad una platea planetaria. La sua fortuna? Oltre al talento, anche il fatto che quando la Perla Nera iniziava la carriera, i numeri cominciarono ad avere un Valore superiore, non più semplicemente la possibilità di distinguere un giocatore dall’altro.

Ma come avvenne il matrimonio fra la divisa n° 10 e la schiena della stella del Santos e del Brasile?

La leggenda inizia nasce in occasione dei Mondiali 1958 in Svezia quando, appena 17enne, venne inserito nella rosa dei verdeoro. Ma i dirigenti brasiliani, al momento di inviare la lista dei calciatori alla FIFA, non indicarono i rispettivi numeri. Un impiegato del massimo organismo, senza conoscere le qualità tecnico-tattiche di ciascun elemento, si mise allora di “sua sponte”ad assegnare i numeri. Senza un criterio, si ebbe che il portiere Gilmar ricevette la 3, Garrincha, ala destra fulminante, prese l’11 e Didi, uno del mitico trio con Vavà e la Perla Nera, avere il 6, la classica numerazione spettante al “vecchio” libero.

E Pelè? Ovvio la Storia era già scritta: ebbe il 10 e da allora sarà lui a scrivere la storia del calcio.

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Premier League: la storia del trofeo inglese

Il campionato inglese di calcio acquisì la denominazione Premier League nel 1992: contemporaneamente si decise di assegnare ai vincitori anche un trofeo. Ideato e fabbricato dalla gioielliera Asprey di London (oggi si chiama Garrard & Co.), è costituito da metallo ed in parte è placcato oro.

La parte metallica è pesante 10 chili mentre la base addirittura arriva a toccare i 15 chili. Complessivamente il trofeo è alto 76 centimetri, misura 43 cm di larghezza e 25 di profondità.

Sulla base vengono trascritti, dopo ogni torneo, i nomi delle squadre vincitrici. Nella parte alta invece sono raffigurati due leoni, omaggio al simbolo della federazione calcistica anglosassone il cui glorioso simbolo contiene i Tre Leoni.

Idealmente, la carenza dell’animale è legata al fatto che il Re della Foresta mancante è costituito dal capitano della squadra vincitrice della Premier League che solleva la coppa nel momento della consegna. In cima invece, il tradizionale simbolo della corona suggella il trofeo con il caratteristico aspetto di Sua Maestà.

Ogni edizione del torneo comporta la realizzazione di due copie del trofeo: quello autentico, assegnato e consegnato al club vincitore mentre la replica rimane nei forzieri della federazione nazionale. La motivazione di fabbricare due esemplari è dovuta al fatto che, qualora all’ultima giornata due compagini stiano lottando per la conquista del successo finale, la tradizionale consegna ufficiale possa essere rispettata.

Nel caso invece siano addirittura tre le compagini a disputarsi il prezioso trofeo, si adotta un escamotage: viene “recuperato” un terzo trofeo da una squadra che vanti già un successo, tutto questo in nome del rispetto della tradizione anglosassone.

Nel 2004 invece, la vittoria dell’Arsenal nella competizione senza alcuna sconfitta venne ricompensata con una coppa interamente d’oro, il modo migliore per celebrare un evento assai raro come l’imbattibilità.

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Magdeburgo, i suoi tifosi e la difficoltà di far goal

Se per tanti giovani appassionati di calcio il nome Magdeburgo non significa nulla o quasi, per gli over anta è sinonimo di calcio dal sapore antico, quando esisteva un Muro (quello di Berlino) e l’Europa era spaccata fisicamente e politicamente in due parti. Sebbene le squadre della Germania Est non abbiano dominato il palcoscenico europeo, i biancoblu del Magdeburgo costituiscono l’eccezione, avendo trionfato nell’edizione 1973-74 della Coppa delle Coppe in finale contro il Milan di Gianni Rivera, l’unico trofeo vinto da una compagine tedesco orientale.

Poi il giorno che cadde il Muro e si dissolse l’Impero Sovietico, anche il calcio subì le conseguenze: mentre la Germania unificata alzava la Coppa del Mondo all’Olimpico di Roma nel luglio 1990, la piramide venne riscritta. Storiche squadre come il Carl Zeiss Jena, l’Hansa Rostock, la Dinamo Berlino vennero retrocesse nelle categorie inferiori mentre la Dinamo Dresda riuscì per qualche anno a militare nella Bundesliga.

Il Magdeburgo venne “spedito” nella Oberliga Nordost-Mitte/Regionalliga Nordost, all’epoca terza serie. Dopo diversi saliscendi, la squadra stabilmente milita per diversi anni nella Regionalliga, quarta serie nazionale. Ma nella stagione 2011-12 le cose non vanno molto bene: l’attacco asfittico è un problema per Der Club che non riesce ad allontanarsi dai bassifondi della classifica.

 La fatica di segnare un goal ad un certo punto, nel mese di marzo, pare un ostacolo insormontabile. Ma i suoi tifosi sanno sdrammatizzare e per motivare i loro ragazzi, s’inventano un artificio auto-ironico: se i nostri non vedono la porta, allora gliela indicheremo mediante frecce umane!!

Ma anche questo sistema pare non fare effetto: il 25 marzo, nel match casalingo contro il Berliner AK 07, il punteggio suona amaro a dieci dal termine: sotto 0-1 e senza alcun spiraglio, fino a che l’ala americana Chris Wright non rompe il digiuno lungo 558 minuti. Gioia che durerà lo spazio di un respiro: palla al centro e gli ospiti segnano il definitivo 1-2 che mette al tappeto la squadra (ed i fans) di casa.

Al termine della stagione il Magdeburgo si piazzerà al 18° ed ultimo posto, con soli 23 reti segnate in 34 partite.

 

E se volete sapere tutto sul Magdeburgo in Europa, è disponibile il libro di Soccerdata a 29 Euro!

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La Battaglia di Bramall Lane: Sheffield United – WBA

Leggere di una squadra che abbandona il campo per inferiorità numerica ci riporta alla mente il derby  di Lega Pro Salernitana-Nocerina, con gli ospiti che, dopo i tre cambi per infortunio, rimasero in sei in conseguenza della falcidia di presunti “infortuni” e che costrinse il direttore di gara a decretare la fine anticipata dopo appena venti minuti. Seguirono squalifiche a raffiche per i giocatori di Nocera Inferiore, con relativa esclusione dal campionato ed indagini che portarono alla luce le influenze della criminalità organizzata. Anche l’Inghilterra, sebbene lontana anni luce da tali intromissioni, può raccontare una vicenda analoga.

Il 16 marzo 2002, il match di Championship Sheffield United – West Bromwich Albion verrà ricordato come “La Battaglia di Bramall Lane”.

Dopo appena nove minuti il portiere dello United Simon Tracey venne espulso per aver toccato la sfera fuori dalla propria area, costringendo il tecnico Neil Warnock ad operare il primo cambio.

Pochi minuti dopo, dovette nuovamente ricorrere alla sua panchina causa gli infortuni occorsi ai titolare ed uno di essi, George Santos, verrà espulso al minuto 65 per un fallo cattivo mentre l’altro subentrato, Patrick Suffo, vedrà sventolarsi il cartellino rosso nel corso della mischia che si accese subito dopo.

Lo Sheffield rimase dunque con otto effettivi e, quando Michael Brown dovrà lasciare il terreno di gioco per infortunio all’80°,  seguito poco dopo da Robert Ullathorne, i padroni di casa rimasero con appena sei elementi.

Il numero insufficiente da regolamento per continuare la disputa regolare, costrinse l’arbitro Eddie Wolstenholme ad emettere il triplice fischio finale con il WBA in vantaggio per 3-0.

Il tecnico dei “vincitori” Gary Megson, prima ancora di conoscere l’esito del giudice sportivo, non fu felice per il modo in cui erano andate le cose e dichiarò al termine della gara: “Non ci sarà ripetizione. Se noi dovessimo essere chiamati per il re-match, daremmo il calcio d’inizio e poi lasceremmo il campo. Sono nel calcio professionistico da quando avevo 16 anni ed ora ne ho 42. Non ho mai visto una cosa del genere. Non c’è posto nel calcio per situazioni tali”.

Megson poi non fu tenero nei confronti del collega,  accusandolo di aver finto gli infortuni:  una successiva inchiesta chiarì che non vi era stato alcun dolo, confermando il risultato finale di 3-0 per il WBA ed infliggendo una multa per gli “sfortunati” (a questo punto) padroni di casa di 10.000 sterline.